La competitività di un Paese non si misura soltanto dalla crescita del Pil, dalla capacità di esportare o dall’innovazione delle imprese. Si misura, prima ancora, dalla qualità del capitale umano che riesce a formare. È questa la lettura più significativa che emerge dal Rapporto SDGs 2026 dell’Istat sul Goal 4 dell’Agenda 2030: l’Italia registra alcuni progressi importanti, ma continua a presentare ritardi strutturali e profonde disuguaglianze che rischiano di compromettere crescita economica, produttività e coesione sociale. La formazione del capitale umano inizia nei primi anni di vita. I posti disponibili nei servizi educativi per la prima infanzia raggiungono il 31,6% dei bambini tra 0 e 2 anni, ancora molto lontani dall’obiettivo europeo del 50%. Dietro la media nazionale si nasconde un Paese diviso: alcune regioni del Centro-Nord sfiorano il target, mentre Calabria, Sicilia e Campania restano ferme attorno al 15-17%. È qui che si forma la prima disuguaglianza educativa. Rafforzare gli investimenti nel Mezzogiorno e sostenere economicamente le famiglie rappresentano una politica del capitale umano prima ancora che una misura sociale. Più preoccupante è il quadro degli apprendimenti. Le prove INVALSI mostrano che gli effetti della pandemia non sono ancora stati riassorbiti: nell’ultimo anno della scuola superiore quasi uno studente su due non raggiunge competenze adeguate in italiano e oltre la metà presenta carenze in matematica. Solo l’inglese registra un miglioramento costante, dimostrando che riforme didattiche coerenti possono produrre risultati. È soprattutto la matematica a mettere in luce i divari più profondi: le differenze territoriali si ampliano lungo tutto il percorso scolastico e quelle di genere penalizzano le ragazze fin dalla scuola primaria. Non è soltanto un problema educativo, ma il presupposto della futura carenza di competenze scientifiche e tecnologiche. Occorre investire sul recupero delle competenze di base, rafforzare il sostegno alle scuole del Mezzogiorno e promuovere percorsi di orientamento e mentoring capaci di avvicinare le studentesse alle discipline STEM già durante la scuola dell’obbligo. Anche sul fronte digitale il quadro resta ambivalente. Nel 2025 il 54,3% della popolazione possiede competenze digitali almeno di base, un progresso significativo rispetto al 2023, ma ancora distante dalla media europea e soprattutto dal target dell’80% fissato per il 2030. Il divario cresce con l’età, si amplia tra Nord e Sud e continua a penalizzare le persone meno istruite e le donne. Occorre un piano straordinario che integri formazione continua degli adulti, inclusione femminile nelle professioni ICT e rafforzamento delle competenze digitali nei percorsi scolastici e universitari. Una buona notizia arriva dalla dispersione scolastica. L’uscita precoce dal sistema di istruzione è scesa all’8,2%, consentendo all’Italia di raggiungere con anticipo il target europeo. Il risultato, tuttavia, non elimina le profonde differenze tra territori, genere e cittadinanza. L’abbandono resta molto più elevato tra i ragazzi, nelle Isole e tra gli studenti stranieri. Per consolidare questo progresso servono interventi mirati nelle aree più vulnerabili e un’offerta più ampia di percorsi tecnico-professionali. La stessa logica vale per l’università. Nel 2023 soltanto 19 giovani ogni mille residenti tra 20 e 29 anni conseguono un titolo terziario STEM e permane un consistente divario di genere: 22,4 uomini contro appena 15,2 donne ogni mille. Si tratta di un limite che incide direttamente sulla capacità innovativa del Paese. Occorre agire su orientamento precoce, incentivi economici alle studentesse e una collaborazione stabile tra università, imprese e centri di ricerca. La lezione che emerge dal Rapporto è chiara. Le criticità dell’istruzione non sono problemi separati, ma tasselli di un’unica strategia di sviluppo. L’asilo nido favorisce l’occupazione femminile e riduce le disuguaglianze; il recupero degli apprendimenti rafforza la produttività futura; le competenze digitali sostengono la transizione tecnologica; la riduzione della dispersione amplia la partecipazione al mercato del lavoro; le lauree STEM alimentano innovazione e competitività. I dati mostrano con chiarezza che il futuro del Paese dipende dalla capacità di costruire una politica dell’istruzione continua e coerente, dalla prima infanzia all’università e all’apprendimento permanente. Le proposte di policy convergono verso un obiettivo comune: costruire un sistema educativo più equo, inclusivo e orientato allo sviluppo delle competenze, rafforzando il legame tra formazione, innovazione e sistema produttivo. In un’economia sempre più fondata sulla conoscenza, il vantaggio competitivo non si misura soltanto nella capacità di sviluppare nuove tecnologie, ma soprattutto nella capacità di formare persone preparate, competenti e capaci di governare il cambiamento. È su questa sfida che si misurerà la crescita dell’Italia nei prossimi anni e la sua posizione nel contesto europeo e internazionale*Preside Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia, ComunicazioneUniversità La Sapienza e consigliere Comstat Istat