Come ogni anno si comincia a individuare quali siano i temi più esibiti dagli autori presenti alla Mostra del Cinema di Venezia. In questo senza dubbio una delle preoccupazioni maggiori sembra essere lo svuotamento di senso dei mezzi di informazione, fino al loro imbarbarimento.
Lo ha fatto Boyle con Ink, film di apertura, che partendo dalla scalata al successo di vendite del quotidiano inglese The Sun riflette sulla spettacolarizzazione dell’informazione.
Come anche Lance Oppenheim con Primetime, presentato ieri in Concorso, spostandosi sul media televisivo racconta lo stesso decadimento e la stessa assenza di scrupoli in nome del dio audience. Affiora inevitabilmente il richiamo a esempi più riusciti del caso, al Quinto potere di Sidney Lumet del 1976, che in tempi meno sospetti aveva affrontato la tematica in maniera senza dubbio più efficace, fuori portata nel confronto, quello di Oppenheim, risulta un film abbozzato non del tutto riuscito. Il regista all’esordio nel cinema di finzione dopo essersi espresso con successo nella forma documentaristica (Some kind of heaven, Spermworld, Ren faire) racconta l’evoluzione nei primi anni 2000 del controverso format televisivo americano To catch e Predator, che smascherava presunti predatori sessuali attraverso operazioni di copertura e telecamere nascoste.













