C'è un filo che attraversa cent'anni di storia fiorentina e che è di colore viola. Leonardo Domenici lo vede soprattutto nella memoria. Sindaco per dieci anni, riflette da tempo su come "la storia civile, politica, culturale, economica e sociale" possa costruire un senso di appartenenza. Vale per Firenze, per chi ci è nato e per chi ci è arrivato. E vale anche per il calcio. "La storia di una squadra si intreccia profondamente con la storia della città", esordisce Domenici. Il centenario della Fiorentina, perciò, potrebbe essere qualcosa di più di una festa. Un esercizio di memoria. La storia della squadra, se la si guarda attraverso le sue denominazioni ufficiali, racconta la città.La prima cesura è nel 1926. Il 1° maggio si riuniscono le assemblee dello Sporting Club Firenze e della Libertas e votano la fusione. Il 29 agosto arriva l'atto formale dal notaio: nasce l'Associazione Fiorentina del Calcio. È la prima cesura. E porta con sé, osserva Domenici, "una forte impronta del fascismo". Il Comune, attraverso il sindaco (poi podestà) Antonio Garbasso, spinge due società rivali a mettersi insieme. "Il fascismo tendeva a fascistizzare tutto, e moltissimo lo sport". Quella fusione imposta dal regime si rivelerà anche funzionale alla città. "Firenze – osserva Domenici – non ha la massa critica di Milano, Roma o Torino per sostenere facilmente due grandi squadre".La seconda cesura arriva dopo la guerra. L'11 agosto 1944 Firenze viene liberata dall'occupazione nazifascista e "il primo sindaco del dopoguerra, il socialista Gaetano Pieraccini, affida all'avvocato democristiano Arrigo Paganelli il compito di ricostituire la Fiorentina all'interno della ricostruzione cittadina". Il 22 ottobre nasce l'AC Fiorentina. È la società del dopoguerra, fino al fallimento.La terza cesura è quella che Domenici ha vissuto in prima persona. Agosto 2002: l'AC Fiorentina non esiste più e il rischio è che Firenze perda il calcio professionistico. Il 1° agosto il sindaco va dal notaio Cavallina con Eugenio Giani e Carlo Paolini. La società avrebbe dovuto chiamarsi semplicemente Fiorentina 1926. Poi arriva la segnalazione: quel nome è già stato depositato, probabilmente a Perugia. "Sopra il cadavere della Fiorentina volteggiavano parecchi avvoltoi", ricorda. Serve allora un nome che nessuno abbia già preso: Fiorentina 1926 Florentia. "C'erano manovre strane in atto – dice Domenici. "Bisognava preservare la Fiorentina che sarebbe nata dopo il fallimento". Comincia così la ricerca dell'uomo che avrebbe dovuto guidarla. Domenici da tempo parla con imprenditori e uomini di calcio. Ricorda la collaborazione di Franco Carraro, allora presidente della Federazione, e di Francesco Ghirelli, segretario generale. Chiede anche a Massimo Moratti, che è il primo a fare il nome di Diego Della Valle: "Mi disse: è molto liquido".Restano tre candidature: Della Valle, Enrico Preziosi e una cordata toscana coordinata da Egiziano Maestrelli. È a questo punto che Domenici fa una premessa che vale come una notizia: "Posso dire al Foglio una cosa che ho detto soltanto in occasione di incontri pubblici ristretti o a persone amiche". È la ricostruzione più dettagliata che abbia finora affidato pubblicamente della scelta tra Della Valle e Preziosi, compreso il ruolo di D'Alema. Conosciamo la scelta finale, Domenici non cerca alibi: "Mi assumo totalmente la responsabilità". Sabato 3 agosto parte per Cannes con gli avvocati Morbidelli e Traina. Non lo sa quasi nessuno, porta con sé gli avvocati e, per depistare i giornalisti, manda Eugenio Giani a Roma in Federazione a consegnare dei documenti. Per la domenica ha anche un appuntamento-paracadute con Preziosi, nel caso Cannes non funzioni. Invece funziona. Domenici chiama per dire che l'incontro non serve più. "Preziosi era convinto che l'avessi fatto per ragioni politiche, ma in realtà questo non c'entra niente". Niente D'Alema? "La storia è molto più semplice. Prima di contattarmi, Della Valle lo chiamò per chiedergli garanzie sulla mia affidabilità. Il ruolo di D'Alema finisce lì". Un garante, non un regista. "Io ritenevo che Della Valle fosse un nome più importante e molto più spendibile per la Fiorentina". Così la nuova società diventa Florentia Viola. La discontinuità, in quel momento, è necessaria. Poi arriva il riconoscimento della continuità sportiva da parte della Federazione e la Fiorentina cambia ancora una volta la ragione sociale: nasce l'ACF Fiorentina. Tre nomi, tre epoche. E tre volte il comune è dentro la storia: Garbasso nel 1926, Pieraccini nel 1944, Domenici nel 2002. L'ex sindaco guarda così al centenario come a un'occasione per una ricostruzione storico-critica della squadra e della città attraverso la Fiorentina. "Quando in curva si grida ‘Firenze' si va oltre la squadra. C'è una sovrapposizione identitaria che altrove è meno evidente", ricorda. Per questo non bisogna mai dimenticare che la Fiorentina è più grande della sua curva. E anche delle sue diverse proprietà.Resta lo stadio. Cento anni e nessun impianto di proprietà. Per Domenici è un altro capitolo della stessa storia: "L'incapacità di fare un discorso di area e di dimensione metropolitana" è uno dei punti deboli della città. Lui stesso, nell'ultima fase da sindaco, aveva proposto un nuovo stadio nell'area di Castello. Guardava alla periferia nord-ovest. "Fui praticamente vittima di un linciaggio pubblico-mediatico e dovetti arrendermi". Intanto Domenici spera che il Franchi diventi "bellissimo" e che i lavori finiscano presto. Ma continua a pensare che Firenze debba guardare oltre. Intanto il 29 agosto non sarà allo stadio. Sarà a Bruxelles, dove vive parte del suo tempo. "Sapevo già di non poterci essere, ma comunque non ho ricevuto inviti". Nel 1926 il comune contribuì a far nascere la Fiorentina, nel 1944 a farla rinascere e nel 2002 a impedirne la scomparsa. Tre volte, in un secolo, la città è entrata nella storia della sua squadra. È una storia che il centenario dovrebbe ricordare, prima ancora di celebrarla.