La crisi migratoria dell’estate 2026, tra tensioni su Schengen e rotte sempre più pericolose, impone una riflessione sul ruolo dello Stato. La risposta passa dal rafforzamento delle comunità nazionali, dalla difesa della legalità e da un equilibrio tra sicurezza, solidarietà e tutela della persona. Il commento di Benedetto Ippolito
L’estate del 2026 segna un punto di svolta drammatico nella gestione dei flussi migratori in Europa, caratterizzato da una difficoltà eccezionale che ha scosso le fondamenta dell’Unione. Eventi come la crisi di Ceuta hanno aperto una vera e propria voragine tra i Paesi membri, sospendendo di fatto lo spazio Schengen e portando a bracci di ferro diplomatici senza precedenti tra le capitali europee. Nonostante un calo generale degli arrivi irregolari in alcune aree, si registra il tragico paradosso di rotte sempre più letali: nei primi mesi del 2026, i morti nel Mediterraneo centrale sono raddoppiati, rendendo la traversata più pericolosa che mai a causa di conflitti persistenti, instabilità politica e condizioni climatiche estreme.
Questa emergenza impone una sollecitazione urgente sulla ricerca del significato fondamentale del concetto di Stato, superando le derive tecnocratiche o puramente amministrative. Lo Stato non deve essere inteso come un “Dio reale” di matrice hegeliana che annulla l’individuo, né come una mera sovrastruttura astratta, ma come la società civile giuridicamente organizzata. Secondo la dottrina tradizionale, l’elemento costitutivo dello Stato è l’autorità, ma il suo elemento materiale non è l’individuo isolato, bensì la famiglia, definendo così lo Stato come un “complesso di famiglie” unite per il bene comune.















