Tra pressioni migratorie, sospensione di Schengen e tensioni tra Roma e Madrid, l’Europa torna a dividersi su una sfida che richiederebbe invece una risposta comune. Ma mentre guerre, energia e competizione geopolitica impongono scelte strategiche, il rischio è che l’immigrazione assorba ancora una volta energie e capitale politico. E che le logiche nazionali prevalgano proprio quando all’Europa servirebbe maggiore unità
Le emergenze da affrontare non mancano. Pur in pausa estiva. La siccità che vediamo prosciugare fiumi e laghi, sta mettendo in ginocchio l’agricoltura europea. Le risorse che l’Ue ha in serbo per sostenerla non bastano. Hormuz non riapre – adesso è l’Iran a dettare le condizioni. Donald Trump, a corto di missili e, soprattutto di idee, incassa. Anche il “no” di Benjamin Netanyahu sul piano per il disarmo di Hamas. Eppure, in bilico fra gli ozi di Ferragosto e i cannoni di agosto – tuonano non molto lontano, nelle grandi pianure del continente e nel non lontano Medio Oriente, l’Europa non trova di meglio che litigare sulla libera circolazione entro i propri confini – in piena stagione turistica, in calura record, fra due nazioni, Italia e Spagna, che di turismo vivono. Possibile che non abbiano di meglio da fare che dividersi sui rivoli della pressione immigratoria cui l’intero continente è sottoposto, con danno reciproco?














