Di fronte a un’emergenza, sospendere Schengen appare una risposta intuitiva. In realtà, rischia di produrre effetti opposti rispetto agli obiettivi dichiarati. L’esperienza dell’Unione europea dimostra che la frammentazione della libera circolazione finisce per penalizzare soprattutto i Paesi di primo approdo, a partire dall’Italia. L’analisi di Salvatore Di Bartolo

L’illusione che basti ripristinare i confini nazionali per contenere fenomeni complessi e strutturali torna periodicamente a sedurre le cancellerie europee. La recente decisione di congelare temporaneamente il regime di libera circolazione in risposta alla drammatica pressione migratoria che ha investito l’exclave spagnola di Ceuta ne rappresenta l’ennesima conferma. Di fronte a un’emergenza, sospendere Schengen appare una risposta intuitiva. In realtà, rischia di produrre effetti opposti rispetto agli obiettivi dichiarati.

L’esperienza dell’Unione europea dimostra che la frammentazione della libera circolazione finisce per penalizzare soprattutto i Paesi di primo approdo, a partire dall’Italia. Concentrarsi sul contenimento dei movimenti secondari significa rinunciare a governare i flussi alla loro origine, trasferendo semplicemente il peso del fenomeno sui singoli Stati membri. Questa logica emergenziale, oltre a indebolire uno dei pilastri dell’integrazione europea, espone l’intero continente al ricatto geopolitico di Paesi terzi e rafforza il potere delle reti criminali che gestiscono la tratta di esseri umani. Quanto accaduto a Ceuta non dimostra il fallimento di Schengen, ma quello di una politica europea incapace di presidiare la dimensione esterna delle migrazioni.