Mentre sale il bilancio delle vittime tra gli immigrati che hanno tentato di raggiungere Ceuta e mentre continuano le polemiche per la decisione italiana di reintrodurre per un mese i controlli frontalieri con la penisola iberica dopo l’esodo di migliaia di persone partite dal Marocco e dirette all’enclave spagnola nel Nord Africa, qualcosa in Europa si sta muovendo su un tema tanto delicato quanto divisivo. Almeno in termini di consapevolezza dei rischi e pericoli presenti e della delicatezza della posta in gioco.

L’Italia con Giorgia Meloni ha scritto una lettera ai vertici dell’Unione Europea per prevenire attraversamenti di frontiera irregolari e incontrollati e per contrastare il traffico di migranti, ma soprattutto per garantire una risposta europea unitaria ed efficace, a partire dalla convocazione urgente di una riunione in videoconferenza dei Ministri dell’Interno. Il punto è proprio quest’ultimo. Per far fronte in modo serio e responsabile al fenomeno delle migrazioni e far sì che si incoraggi solo l’immigrazione regolare, quella cioè che avviene dentro l’alveo dei flussi consentiti, sono indispensabili almeno due condizioni.

La prima è il superamento, una volta per tutte, della fase emergenziale. Fase che inevitabilmente finisce per alterare il perimetro agentivo e generare percezioni a rischio di strumentalizzazioni politiche. Dire che l’immigrazione deve essere regolare, che il controllo delle frontiere in casi eccezionali rappresenta uno strumento utile al perseguimento di questo obiettivo, che i migranti una volta ospitati nei singoli Paesi devono essere sì integrati ma che essi hanno l’obbligo di rispettare le leggi di quello Stato e contemporaneamente hanno diritto ad ottenere dai cittadini ospitanti il rispetto della diversità religiosa e culturale di cui sono espressione, significa assumere una posizione di buon senso, prima ancora che politica. Certi analisti farebbero bene a non trattare un tema così complesso con la categoria iper-semplificata dell’influsso del “vannacismo” sul centrodestra: questo orientamento è sempre stato espresso dai partiti di maggioranza e dalla stessa premier, peraltro prima di altri. Le opposizioni farebbero bene, altresì, a considerare che l’integrazione degli immigrati nel tessuto sociale del Paese ospitante è possibile solo se i flussi sono gestibili in un arco temporale a medio e lungo termine e con politiche strutturate, altrimenti si sortisce solo l’effetto della moltiplicazione, senza soluzione di continuità, degli episodi di illegalità e delle occasioni di disordine pubblico, le quali minano la sicurezza di un territorio. La seconda condizione è correlata, invece, al fatto che l’azione istituzionale europea venga coordinata non solo a parole ma nei fatti e che sia il risultato di quelle sinergie necessarie affinché l’Ue possa fare la differenza sui dossier più caldi e difficili. Le divisioni esistono e sono in gran parte riconducibili alle diverse sensibilità politiche dei partiti al governo nelle diverse nazioni, ma questo di certo non legittima la rinuncia al rafforzamento del ruolo dell’Unione rispetto agli altri player globali e né autorizza all’azione in ordine sparso. La lettera della Meloni e della Danimarca è indirizzata al Presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, alla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen (che ha già risposto affermativamente), oltre che al Presidente di turno del Consiglio dell’Unione Micheàl Martin. E’ stata firmata da 22 Capi di Stato e di governo europei: Austria, Bulgaria, Croazia, Estonia, Germania, Ungheria, Lituania, Paesi Bassi, Romania, Slovacchia, Belgio, Cipro, Repubblica Ceca, Finlandia, Grecia, Lettonia, Malta, Polonia, Slovenia e Svezia, oltre Italia e Danimarca. Non è esagerato definire l’iniziativa della premier italiana una manifestazione di “sovranismo europeo”, più che di sovranismo nazionale. Un’iniziativa, insomma, in difesa dell’Europa e naturalmente anche dell’Italia. Un’iniziativa che colloca la Meloni tra i leader internazionali più attenti alla gestione dei nuovi equilibri geopolitici e geoeconomici e anche come il più solido tra quelli nazionali: secondo l’ultimo rapporto Human Index la premier mantiene da quattro anni lo scettro della classifica, con il 42,2% della fiducia contro le percentuali molto più ridotte di altri esponenti politici e di partito. Tra i non firmatari della lettera spiccano Francia e Spagna. Del resto, il primo ministro spagnolo Sanchez ha voluto inviare lui stesso una lettera alle istituzioni europee, ma non per chiedere condivisione (come ha fatto l’Italia) ma per stigmatizzare quei Paesi, come il nostro, che hanno assunto una posizione ferma e decisa sulla crisi migratoria di Ceuta. Addirittura, egli ha parlato di “decisione egoistica e polarizzante” per quanto riguarda la sospensione di Schengen e di “pregiudizi, notizie false, ignoranza o interessi politici”. Parole che potrebbero essere utilizzate anche al contrario, se si volesse cadere nella tentazione della polemica fine a sé stessa.