L’ondata di Ceuta dell’agosto 2026, con decine di migliaia di attraversamenti in pochi giorni, riporta al centro il tema della migrazione ingegnerizzata come arma della guerra ibrida. Dalla deportazione coloniale al Mariel Boatlift fino ai casi di Marocco, Bielorussia e Russia, gli Stati hanno imparato a trasformare i flussi umani in leve di pressione geopolitica

Le persone emigrano per ragioni che affondano nella disperazione o nella speranza, spesso in entrambe insieme. C’è chi fugge dalle bombe e dalle dittature, e chi lascia la propria terra perché non vi intravede un futuro. È la storia di milioni di italiani che tra Otto e Novecento attraversarono l’Atlantico o risalirono le Alpi in cerca di un salario, di un pezzo di terra, di una dignità che la patria non sapeva garantire loro. Qualunque discorso sulla strumentalizzazione politica della mobilità umana deve partire da qui, da questo riconoscimento, per non scivolare in una lettura cinica che riduca ogni migrante a una pedina.

Ma accanto a questa dimensione autenticamente umana, la storia e la cronaca contemporanea restituiscono un secondo livello di realtà, meno raccontato ma non meno rilevante: quello in cui l’emigrazione, anziché essere un fenomeno spontaneo che gli Stati subiscono o governano a valle, viene deliberatamente orchestrata a monte da un attore statale per colpire un rivale, scaricargli un costo sociale, o estorcergli una concessione politica. È la differenza tra il flusso e la piena pilotata: la seconda si serve della prima per mascherarsi, ma obbedisce a una logica del tutto diversa, quella della ragion di Stato.