Che quella di Ceuta non sia un’invasione lo si è già capito: lo dicono i numeri delle persone arrivate a Ceuta e Mario Lavia ha già fatto notare anche come la politica italiana si sia buttata sulla crisi spagnola per farne uno spot buono per il mercato interno. C’è però un’altra cosa che quella parola, «invasione», fa sparire: mette al centro «noi» e cancella dalla scena «loro», le uniche persone che stanno davvero rischiando qualcosa.

In Italia Ceuta l’hanno subito accostata a Lampedusa, ma il paragone regge fino a un certo punto. A Ceuta è iniziato e finito tutto in pochi giorni: quasi tutti sono già tornati in Marocco. A Lampedusa non funziona così: gli arrivi ci sono sempre stati e continuano, anno dopo anno. Ceuta è stato un episodio e Lampedusa è una condizione; e una condizione va gestita come tale, non come un’emergenza. Cinquantamila persone in una volta sono un problema enorme per una cittadina come Ceuta, ma anche numeri molto minori, arrivando su un’isola piccola senza mai smettere, diventano una realtà che l’isola non riesce a gestire da sola.

E allora chi sono «loro»? Sono persone che scappano da guerre, fame e persecuzione, a Ceuta come a Lampedusa. Di quelli arrivati in Spagna e in Italia quasi nessuno si è chiesto da cosa scappassero: nel racconto della crisi sono stati solo un numero. Alcuni di quelli tornati in Marocco hanno raccontato di non aver ricevuto accoglienza, nemmeno un bicchiere d’acqua; a Lampedusa tutto si regge sul lavoro delle Ong e della Croce Rossa. Chi scappa muore: a Ceuta il bilancio delle vittime in mare sale di giorno in giorno; nel Mediterraneo centrale nel 2025 sono morte almeno 1.314 persone, secondo il report di Mediterranean Hope, il programma delle Chiese evangeliche per i migranti.