La crisi di Ceuta è stata contenuta in poche ore, ma ha riacceso nell’Ue la paura di perdere il controllo delle frontiere. Un riflesso che continua a ostacolare una politica migratoria capace di distinguere tra immigrazione illegale, da contrastare, e immigrazione legale, di cui l’Europa ha bisogno. Il commento di Stefano Stefanini

Ceuta ha messo a nudo il nervo scoperto dell’Europa: l’immigrazione. Straziante la tragica nuotata verso le sponde dell’enclave spagnola di cinquantamila africani alla ricerca della terra promessa – un’ottantina vi hanno perso la vita; cinica la strumentalizzazione della loro disperazione da parte di Rabat per dare una lezione a Sánchez, magari anche per compiacimento di Trump; sproporzionata, con poche eccezioni, la reazione dei governi europei. E, quest’ultima, avulsa dai fatti: dopo ventiquattrore su territorio spagnolo, quindi anche dell’Ue, ne rimanevano circa duemila – tutti gli altri prontamente rispediti in Marocco senza tante cerimonie dalle forze dell’ordine di Madrid. Quei duemila sono relegati in un lembo d’Africa con probabilità intorno allo zero di avvicinarsi a una delle frontiere Shengen attraverso cui passare liberamente. Eppure, il solo pensarlo è bastato a far squillare l’allarme “invasione” in capitali a più di 3000 km di distanza, quali Stoccolma o Copenaghen.