Le immagini che arrivano da Ceuta sembrano raccontare una storia già vista: centinaia di persone raggiungono a nuoto l’enclave spagnola, i centri di accoglienza vanno in affanno, il governo di Madrid accelera i rimpatri e rafforza il coordinamento con Rabat. Ma fermarsi alla cronaca significa guardare soltanto la superficie. Da anni Ceuta e Melilla non sono semplicemente due frontiere europee in Africa: sono il luogo in cui diventano visibili tensioni diplomatiche che si giocano altrove.
Non è un caso che ogni improvvisa apertura della frontiera coincida con momenti di particolare delicatezza nelle relazioni tra Spagna e Marocco. Accadde nel maggio 2021, quando, dopo il ricovero in Spagna di Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario, circa ottomila persone entrarono a Ceuta nel giro di poche ore mentre le autorità marocchine allentavano i controlli. Quella crisi produsse un terremoto diplomatico che culminò, pochi mesi dopo, con il cambio di posizione di Pedro Sánchez sul Sahara Occidentale e il sostegno spagnolo al piano di autonomia proposto da Rabat.
Anche oggi la sequenza degli eventi merita attenzione. Il 20 luglio Sánchez si è recato ad Algeri per rilanciare i rapporti con l’Algeria, principale rivale regionale del Marocco e storico sostenitore del Fronte Polisario. Tre giorni dopo, la Commissione Giustizia del Congresso spagnolo ha approvato la proposta di legge che apre la strada alla concessione della cittadinanza ai sahrawi nati durante il periodo dell’amministrazione coloniale spagnola e ai loro discendenti. Per Rabat si tratta di un tema estremamente sensibile, perché tocca direttamente il nodo della sovranità sul Sahara Occidentale. È in questo contesto che la pressione sulla frontiera di Ceuta è tornata improvvisamente a crescere.










