I 18 chilometri quadrati di Ceuta li percorri in poco più di 40 minuti. Un promontorio dove respiri precarietà, alla frontiera controlli serrati, recinti fortificati lungo ampi tratti di costa, in ormeggio al porto tante piccole imbarcazioni e una corvetta battente bandiera spagnola.

Che sia avamposto sospeso tra due mondi lontani che si guardano con sospetto lo avverti in ogni angolo di questa città vagamente decadente, dall’identità ibrida.

Ceuta si affaccia sullo stretto di Gibilterra, davanti all’Andalusia. Quando rientri in Marocco, via terra, ti aspettano gli stessi recinti, imponenti e minacciosi, una fila per controlli snervanti, desueti per noi europei. Nell’ultimo lembo di terra europea prima dell’alt della polizia di frontiera scorgi sulla collina verso est il barrio El Príncipe, un quartiere in stile magrebino fatto di casette colorate fatiscenti, è uno dei posti più pericolosi di Spagna dove regnano disoccupazione e gang violente che si battono per il controllo dello spaccio di stupefacenti.

Questo promontorio ha avuto un ruolo nella mitologia greca rappresentando la seconda colonna d’Ercole, il punto estremo della conoscenza. Politicamente il lembo fu portoghese, prim’ancora cartaginese, romano e arabo, dal 1668 fu ceduto dai lusitani e rimasto da allora sotto la Corona spagnola.