La crisi migratoria che il 30 e il 31 luglio ha travolto la città spagnola di Ceuta ha prodotto una lunga serie di interpretazioni sulla strategia del Marocco riguardo a questo lembo di terra situato nell’estremo nord del regno sceriffiano. Gli attraversamenti incontrollati alla frontiera – l’enclave spagnola è stata raggiunta da circa cinquantamila persone, la maggior parte delle quali ha poi fatto ritorno in Marocco – hanno rilanciato il dibattito sull’appartenenza del territorio alla Spagna, contestata da Rabat.
Il 30 luglio il rappresentante israeliano alle Nazioni Unite, Danny Danon, ha gettato benzina sul fuoco: “Sarebbe ora che la Spagna spiegasse al mondo perché ha ancora delle colonie in Africa”. Contemporaneamente il dipartimento di stato statunitense, guidato da Marco Rubio, ha accusato il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez di “facilitare un’immigrazione illegale di massa in Europa”. Queste dichiarazioni, più che un sostegno alla politica estera marocchina, rivelano il chiaro intento di Israele e Stati Uniti di mettere sotto pressione il governo spagnolo.
Le relazioni di Madrid con i due paesi sono infatti molto tese da quando Sánchez si è schierato a favore della Palestina e ha rifiutato di aprire lo spazio aereo del suo paese agli aerei statunitensi impegnati nei bombardamenti in Iran. Sui social media si è immediatamente diffusa la teoria secondo cui all’origine della crisi migratoria a Ceuta ci sarebbe un’operazione segreta orchestrata da Stati Uniti e Israele, ma al momento non sono emersi elementi a sostegno di questa tesi.










