Dalla crisi di Ceuta agli accordi nel Mediterraneo, i flussi migratori si confermano uno strumento delle relazioni internazionali e una sfida strategica per l’Europa. Tra esigenze economiche, sicurezza e cooperazione con l’Africa, la politica è chiamata a superare letture semplificate. Il commento di Francesco Sisci

La complessità politica della “invasione” di decine di migliaia di marocchini nella enclave spagnola in nord Africa di Ceuta dimostra come il fenomeno dei migranti non sia semplicemente una questione sociale ma parte di una sfaccettata alchimia geopolitica.

Dalle cronache di questi giorni si vede come la “invasione” fosse stata organizzata dalle autorità del Marocco per rivendicare dalla Spagna l’enclave invasa. Il generale Giuseppe Cucchi ricorda come già nel 1975 il Marocco abbia usato iniziative simili per spingere Madrid a cedere il Sahara occidentale. In questo caso, forse il Marocco potrebbe avere agito in accordo con alcune altre forze che volevano mettere in difficoltà il premier spagnolo Pedro Sanchez.

Le migrazioni, in un senso o in un altro, sono sempre state parte di giochi geopolitici. Nel 1980 il regime di Castro trasformò una sua crisi politica interna (migliaia si rifugiarono nell’ambasciata del Perù richiedendo asilo) in una pressione sugli Stati Uniti. Oltre 125mila cubani, compresi molti criminali, vennero fatti trasferire in Florida obbligando gli Usa a cambiare certi suoi atteggiamenti sull’isola caraibica.