La crisi di Ceuta riaccende il dibattito sulla migrazione come possibile strumento di pressione ibrida. Dalla disinformazione che precede i flussi al monitoraggio dell’infosfera migratoria, il caso conferma la centralità della dimensione cognitiva, come evidenziato dalle ricerche dell’Università della Tuscia sulle nuove minacce alla sicurezza nazionale. L’analisi di Michele Empler, componente e vice coordinatore del gruppo di ricerca Algo-Freedom Society dell’Università della Tuscia

Tra il 30 e il 31 luglio 2026 sono entrate a Ceuta, secondo il ministero dell’Interno spagnolo, circa 50.000 persone; 60.000 secondo il governo della città autonoma. La maggior parte ha attraversato a nuoto i cinque chilometri di mare da Fnideq. Il bilancio ufficiale, ancora provvisorio, è salito al 1° agosto a 67 corpi recuperati, di persone annegate o schiacciate contro la barriera frangiflutti del Tarajal, mentre le ricerche in mare proseguono. Madrid ha schierato l’esercito e concordato con Rabat una procedura accelerata di rimpatrio: circa 69.500 persone uscite da Ceuta verso il Marocco nelle trenta ore successive all’ingresso di massa, secondo le stime delle Forze di sicurezza dello Stato.

Cinque anni prima e tremila chilometri più a nord, il regime bielorusso ha organizzato per mesi visti agevolati, voli da Baghdad e da Istanbul e trasferimenti fino alla linea di confine con Polonia, Lituania e Lettonia. Il Consiglio dell’Unione europea ha sanzionato quell’operazione il 2 dicembre 2021: il quinto pacchetto di misure ha colpito, tra gli altri, compagnie aeree, tour operator e hotel coinvolti nell’organizzazione dei transiti, e ha portato il totale delle misure restrittive a 183 persone e 26 entità.