Milano, 31 luglio 2026 – Un leader silenzioso, in campo (dove comunque, a modo suo, si faceva sentire) e nella vita, sempre lontano dalle luci dei riflettori. Diventava protagonista solo se lo premiavano o lo invitavano. Però gli piaceva ascoltare e chiacchierare, col tono pacato ma deciso di chi mai ha avuto bisogno di alzare la voce in vita sua. Mai una parola fuori posto, soprattutto nelle rarissime interviste. Era nato a Travagliato, nella provincia bresciana, ma Franco Baresi era un milanese più che acquisito. E non solo per la maglia eternamente appiccicata sulla pelle, ma perché la città se la viveva. Sempre. Era arrivato nella metropoli nel 1973 e già a 13 anni, rimasto orfano dei genitori, per un provino all’Inter, che non lo prese ritenendolo troppo gracile. Tornò a Milano tre anni dopo, ancora minorenne, ma quella volta dopo tre provini entrò nelle giovanili dei rossoneri per poi non cambiare mai squadra e città,
Franco Baresi e Beppe Bergomi
L'ultima emozionante e al tempo stesso dolorosa uscita pubblica lo scorso 6 febbraio 2026 quando, per l’ultima volta davanti agli sportivi di tutto il mondo, percorse la passerella di San Siro come ultimo tedoforo alla cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici Invernali Milano-Cortina portando il fuoco della fiaccola olimpica all’interno dello stadio assieme a Beppe Bergomi, storico avversario dei derby con i "cugini" dell’Inter. Le sue parole furono un meraviglioso testamento ma anche un inno alla vita: “La cosa più difficile della malattia è accettare che tutto cambi in un istante. Essere un atleta mi ha aiutato a lottare, e il mio corpo mi ha permesso di resistere ed andare avanti. Del resto l’ho fatto per tutta la vita: io ho sempre lottato, in campo e fuori. La gente sa quello che mi è successo, e io so che la gente lo sa. Il calore del pubblico mi è arrivato addosso fortissimo”.











