Rifletti sull’addio di Franco Baresi a 66 anni, alla sua storia di campione orfano di papà e mamma quando era ancora bambino, e non puoi credere alle parole della “fantastica vita” cantata da Antonello Venditti: in realtà è spesso bastarda e si accanisce contro gli esseri umani. Tra l’inizio e la fine, il “Piscinin”, come lo soprannominò nelle giovanili del Milan il massaggiatore Paolo Mariconti, è stato uno dei campioni del nostro calcio, magnifico rappresentante del ruolo del “libero”, figura travolta dai modernisti del pallone. Quasi un’eresia definire oggi un giocatore “libero”: si dice “centrale”, e non si discute. Franco Baresi da Travagliato, comune di Brescia, è stato l’ultimo esemplare di una filiera che, partendo da Pierluigi Cera e passando per Gaetano Scirea, ha intrepretato la figura del comandante supremo della difesa italiana e azzurra, con classe e personalità. Fu soprannominato anche “Kaiser Franz”, per accostarlo a Beckenbauer, l’imperatore tedesco che guardava il mondo dall’alto in basso e giocava persino con un braccio immobilizzato una semifinale mondiale come Italia-Germania del mondiale 1970. Baresi disputò una finale, quella della Coppa del Mondo 1994 contro il Brasile, con il ginocchio fresco di operazione al menisco. Un rientro a tempo di record e poi l’errore ai rigori, nella lotteria dal dischetto. Pianse. Nelle sue lacrime annegò l’Italia intera, con la spinta decisiva del pallone scagliato in curva da Roberto Baggio, anche lui acciaccato e pieno di dignità. Gli eroi sono quelli che non si tirano mai indietro.
Franco Baresi, la storia del bambino rimasto orfano che il Milan adottò: così è diventato leggenda
Dal provino fallito con l'Inter a leggenda del Milan: la storia di Franco Baresi, ultimo libero del calcio italiano










