Franco Baresi (Getty Images)

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«I giocatori del Milan non guardavano quelli del Real Madrid o il pallone. Guardavano Baresi» (Jorge Valdano). Sbirciavano il loro generale, aspettavano il segnale. Anche Gullit, anche Van Basten, anche quel matto di Savicevic. Allora lui chiudeva il tackle, allungava la falcata, lanciava lungo, metronomo instancabile di quella che World Soccer considerò negli anni Novanta «la squadra più forte del mondo».

Il leggendario Franco Baresi per 20 stagioni è stato lì, in mezzo alla difesa, a guidarla da playmaker «con visibile bellezza gladiatoria» (Gianni Brera). Sempre con la maglia numero 6 fuori dai calzoncini, ritirata per celebrarne l’unicità. Umile, introverso, durante le rare interviste bisognava pregarlo di ripetere la risposta. Ma in campo come fai con quel sussurro? E lui: «In campo grido. Però comandare non significa urlare ma dare l’esempio».

Il Piscinin se n’è andato troppo giovane (66 anni). Ieri all’alba è uscito definitivamente dal tunnel della vita con un anticipo dei suoi, che lascia tramortiti dalla malinconia. Nell’agosto 2025 gli avevano trovato un nodulo polmonare, l’avevano rimosso. Lui si era ripreso, aveva portato la fiaccola olimpica con Beppe Bergomi dentro San Siro ai Giochi di Milano-Cortina, era tornato in tribuna d’onore – dimagrito con sciarpone rossonero – a incitare il suo Milan. Poi la recidiva del tumore, di nuovo il ricovero all’Humanitas. Niente tempi supplementari. I funerali si terranno il 4 agosto alle 11 a Sant’Ambrogio senza i giocatori rossoneri, impegnati nella tournée australiana. Mentre la camera ardente verrà allestita a Casa Milan o al museo di San Siro. Uno dei 100 più grandi calciatori della storia (non lo diciamo noi divanati con abbonamento Dazn, lo ha detto Pelé) lascia un ricordo indelebile nei boomer, soprattutto lascia la moglie Maura Lari («le dico ti amo tutti i giorni») e i due figli Edoardo e Giannandrea.