Fosse stato un goleador, come Gigi Riva o Paolo Rossi, oggi sicuramente Franco Baresi verrebbe ricordato come il più grande calciatore italiano del Novecento. Invece lui giocava in difesa, proteggeva il portiere dall’assalto finale degli attaccanti avversari. Era perfetto, per tempistica e stile. Ma, fatalmente, le celebrazioni di massa venivano riservate a chi decideva le partite segnando.

Ah, che errore di prospettiva!

Con una eleganza che gli veniva naturale, Franco (morto a 66 anni dopo una malattia) è stato l’interprete ideale, con il pallone tra i piedi, del secolo breve. Era un figlio del Boom economico, era nato nel 1960, in un’Italia che immaginava sogni prima vietati, in una Italia che stava anche psicologicamente rimuovendo le macerie della disastrosa guerra fascista. Ed era rimasto orfano presto, inseguendo sui campetti dell’oratorio una rivincita sul destino, assieme al fratello Giuseppe, poi tesserato dall’Inter. Per una sorta di nemesi, Franco era stato sedotto dal Milan, sicché quei due membri della stessa famiglia avrebbero speso la vita sul campo a sfidarsi nei derby della Madonnina.

Baresi con la moglie Maura Lari

Ah, Baresi il milanista! Non starò qui a dire che nel suo ruolo, che una volta si chiamava “libero“, forse soltanto il geniale tedesco Franz Beckenbauer è stato alla sua altezza. E nemmeno spenderò troppe parole, amico lettore, per segnalare il curriculum del personaggio: scudetti, coppe dei campioni, coppe del mondo, maglie azzurre accumulate senza sosta nell’arco di quasi due decenni.