di
Domenico Calcagno
Dal dualismo con Scirea nel Mundial dell'82 alle lacrime di Pasadena. Il recupero record: menisco rotto con la Norvegia, in campo per la finale col Brasile dopo 25 giorni
Era talmente speciale Franco Baresi, che arrivò a collezionare la bellezza di 81 presenze in Nazionale nonostante avesse davanti un certo Gaetano Scirea, più vecchio di sette anni. Che però il Piscinin degli esordi, divenuto poi Kaiser Franz (ovviamente Beckenbauer) per i tifosi, il capitano più leggendario della storia del Milan, fosse un giocatore molto speciale, Enzo Bearzot lo capì presto. A 22 anni Baresi vinse il Mondiale forse più bello del calcio italiano, quello in Spagna. Ma in seconda fila perché, appunto, in prima c’era il gigantesco Scirea. Bearzot provò più volte a farli giocare insieme, Scirea libero e Baresi a centrocampo, ma ovviamente il meglio Baresi lo diede quando Scirea gli lasciò posto e ruolo.
Aveva molte qualità Baresi. Era un leader, di quelli che guidano dando l’esempio e non hanno nemmeno bisogno di parlare. Era feroce e pulitissimo nelle sue chiusure difensive. Interventi netti come il taglio di un bisturi. Era sempre al posto giusto nel momento giusto e diventò uno degli irrinunciabili di Arrigo Sacchi. Sfiorò un altro titolo mondiale nel 1990, in Italia, perdendo in semifinale con l’Argentina in una notte per niente magica e rifacendosi solo in parte con il terzo posto. Troppo poco per uno come lui, soprattutto facendo il confronto con le medaglie accumulate alla guida del Milan, la sua squadra, che seguì per due volte anche in serie B.










