Se n’è andato a sessantasei anni, tradito dal male con cui combatteva da tempo, ed è difficile accettare la perdita perché gli eroi ci appaiono sempre immortali. Franco Baresi, all’anagrafe Franchino, ha attraversato vent’anni di calcio indossando soltanto la maglia del Milan. Da talentino delle giovanili lanciato diciassettenne in Serie A da Nils Liedholm nel 1978 a capitano d’infinito corso, per il carisma innato prima che per la fascia al braccio: l’ultima partita giocata nel 1997, sconfitta interna contro il Cagliari a San Siro. Un’ascesa leggendaria racchiusa anche nei soprannomi: da Piscinin, piccolino in dialetto milanese, a Kaiser Franz dettato dall’accostamento a Beckenbauer.

Il rigore sbagliato da Baresi a Usa ’94: la sua risposta è una lezione di sport

Una bandiera del Milan Bandiere di quelle ormai perdute e rimpiante, simbolo dell’epopea berlusconiana di cui fu protagonista, custode dell’Idea di Arrigo Sacchi dopo un approccio tutt’altro che semplice, ma presente, all’inizio della fiaba, nei momenti bui, anche in quello nero pece dei due campionati di Serie B, il primo imposto dalla Giustizia sportiva. l’altro figlio d’una retrocessione amara sul campo. In tutto, in rossonero, ha messo insieme 719 partite, 33 gol e una galleria abbagliante di trofei: 6 scudetti, 4 Supercoppe italiane, 3 Champions League, 2 Supercoppe Uefa, 2 Intercontinentali. Un’infinita di immagini che scorrono, in questo momento triste, aiutandoci a rileggere un romanzo meraviglioso: Baresi in scivolata, Baresi perfetto nel muoversi senza palla, Baresi con il braccio alzato a chiamare il fuorigioco, Baresi con la maglia numero sei rigorosamente fuori dai calzoncini. Quando fu scartato dall’Inter Chissà quante volte s’è pentita l’Inter, la squadra di suo fratello Beppe - che emozione i derby in famiglia -, che lo scartò bambino: dissero che era fragile e il sogno cullato all’oratorio, o nelle partite infinite nell’aia del casale di Travagliato, campagna bresciana, sembrava a pezzi, ma il suo primo allenatore Guido Settembrini, che ne aveva intuito le doti, chiese a Italo Galbiati, intanto passato dai nerazzurri al Milan, di offrirgli una nuova possibilità. Perché il fisico era minuto, ma Franchino aveva tutto: stile, ferocia, tempestività, tecnica. Più la passione per il calcio e la tenacia tramesse da Don Piero Gabella, il parroco del paese. Nemmeno al Milan fu facile, ci vollero tre provini, l’ultimo però non poteva fallire: a bordo campo c’erano Nereo Rocco, Gianni Rivera e Giovanni Trapattoni, impensabile che a una giuria così d’alto bordo sfuggisse un potenziale enorme, pur oscurato da altezza e struttura. Eppoi quella terza volta, Franchino non giocò stopper né terzino, ma interpretò il ruolo in cui sarebbe diventato leggenda: libero tosto eppure così elegante da cavarsela benissimo pure a metà campo, dove, per dire, lo schierò Azeglio Vicini contro l’Urss all’Europeo Under 21. L’affare si concluse per un milione e mezzo di lire, più la promessa d’un milione per ogni centimetro di crescita oltre il metro e settanta.