Franco Baresi premiato il 29 ottobre 1997 allo stadio Meazza dal presidente del Milan Silvio Berlusconi (Ansa)

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«Un capitano, c’è solo un capitano…». Per chi ha avuto la fortuna e l’onore di veder giocare Franco Baresi a San Siro negli anni del grande Milan, il numero 6 non è stato soltanto un difensore. Era il punto dal quale cominciava il gioco, l’uomo che governava la squadra senza bisogno di alzare la voce (ha sempre parlato poco il numero 6 del Milan), il capitano che avanzava di qualche metro e con un braccio ordinava a tutta la difesa di seguirlo. Bastava quel gesto.

E Mauro Tassotti, FIlippo Galli e Paolo Maldini o Billy Costacura obbedivano. Così gli avversari finivano in fuorigioco, lo stadio tratteneva il respiro e il Milan ripartiva. Baresi sembrava conoscere l’azione prima ancora che accadesse. La curva sud lo acclamava di continuo, con tanto di bandiera dedicata. E quel coro intonato di continuo lo ha accompagnato per anni. «Un capitano, c’è solo un capitano».

Con lui se ne va uno dei più grandi calciatori italiani di sempre, ma soprattutto una delle ultime bandiere di un calcio nel quale si poteva ancora trascorrere un’intera carriera con la stessa maglia. Vent’anni al Milan, quindici da capitano, 719 partite ufficiali e una fedeltà che non venne mai meno, neppure quando restare significava scendere in Serie B e condividere il momento più umiliante nella storia del club. Sei scudetti, tre Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, tre Supercoppe europee e quattro italiane raccontano solo in parte ciò che rappresentò. Perché Baresi non fu semplicemente un calciatore vincente: fu l’uomo che accompagnò il Milan dall’inferno della cadetteria al dominio sul calcio mondiale. Due anni fa gli era stato diagnosticato un tumore al polmone. Era stato operato. Sembrava stare meglio. Si era fatto vedere anche a San Siro. A febbraio aveva anche portato la torcia olimpica in occasione delle Olimpiadi Invernali. Ma poi è arrivata la ricaduta. Si è spento all’Humanitas il 31 luglio.