Difficile, è davvero difficile dire cosa abbia rappresentato Franco Baresi per chi — come me, ma non solo — in quel giocatore ha sempre visto prima di ogni altra cosa l’uomo. Franco, per chi come me non fa mistero di capire molto poco di calcio, ma qualcosa in più di persone, era un padre in campo. Difficile trovare un aggettivo più adamantino. Esempio, difensore o campione: non saprei. Direi, forse, che la definizione di "padre" calzi su di lui tanto bene quanto quelle due maglie che ha sempre indossato: quella del Milan e quella della Nazionale.
Padre, sì. Padre per l'atteggiamento che aveva dentro e fuori dal campo. Autorevole, certo, ma anche protettivo. Vederlo in campo, per un ragazzo dell'epoca, voleva dire che persino nei momenti peggiori c'era quell'unico uomo che mai — e dico mai — si sarebbe arreso. La sua presenza era accompagnata da una frase quasi scontata: "Tanto c'è Baresi". Tradotto: alla fine ci pensa lui. Quel difensore che, con una grinta agonistica pari soltanto ai suoi valori umani, riusciva a rendere possibile ciò che per gli altri non lo era. Baresi era una garanzia, quello che ti toglie le castagne dal fuoco, che ti educa in campo e che, avendolo vicino, in un modo o nell'altro ti faceva crescere. Baresi, appunto, come un padre.










