Un leader silenzioso, in campo (dove comunque, a modo suo, si faceva sentire) e nella vita, sempre lontano dalle luci dei riflettori. Diventava timodo protagonista solo se lo premiavano o lo invitavano in manifestazioni benefiche. Però gli piaceva ascoltare e chiacchierare, col tono pacato ma deciso di chi mai ha avuto bisogno di alzare la voce in vita sua. O pronunciare una parola fuori posto. Era nato a Travagliato, nella provincia bresciana, ma Franco Baresi, il ragazzino che affondava le mani nella terra, era un milanese più che acquisito. E non solo per la maglia eternamente appiccicata sulla pelle, ma perché la città se la viveva. Sempre.
Era arrivato una prima volta nella metropoli a soli 12 anni, per un provino nell’Inter. Troppo gracile, venne scartato. A 14 anni rimase orfano della mamma, e il bambino che inseguiva un sogno cominciò a crescere in fretta. Ritornò subito dopo nella metropoli, un altro provino in tre giornate sulla sponda rossonera di Milano. E quella volta conquistò Italo Galbiati che lo notò. Franco entrò nelle giovanili dei rossoneri, a 18 anni la seconda dolorosa perdita (la morte del papà) ma il difensore aveva ormai indirizzato la sua vita e mai avrebbe cambiato squadra e città. Abitava con la moglie Maura in zona Piazza Amendola, a due passi dalla vecchia Fiera. Il caffè lo prendeva in un bar lì vicino, pieno di interisti. E poi in pochi minuti raggiungeva Casa Milan. Il suo “buen ritiro“. Perché Franco Baresi è stato soprattutto il Capitano del Milan degli Invincibili, simbolo e leader dello spogliatoio rossonero dopo una icona come Gianni Rivera. Il maestro Gianni Brera lo aveva definito un “cigno fra i paperi”, per altri era lo “stilista feroce”, campione del mondo nel 1982 a soli 22 anni e capitano degli azzurri in lacrime dopo la finale persa ai rigori col Brasile nel 1994 che lui giocò dopo aver recuperato a tempo di record dall’infortunio.













