Milano, 31 luglio 2026 – I leader spesso sono così: silenziosi nel privato, comandanti dentro al campo. E’ probabile che Franco Baresi abbia parlato molto di più sul rettangolo verde, con i compagni, che nella vita di tutti i giorni. Perché alzare il braccio per segnalare un fuorigioco era ormai un gesto istintivo di una difesa imperforabile, ma al cui interno serviva dialogo, come solo i grandi difensori sanno fare. Significa instaurare una alchimia consolidata con gli altri tre compagni di reparto, guidarli, gestirli in ogni situazione di gioco. Nel calcio vuol dire parlare, parlare tanto, perché i difensori devono non solo leggere le proprie situazioni di gioco, ma anche quelle altrui, che siano avversari o compagni poco importa: serve qualcuno che diriga, come fanno i vigili nel traffico. Franco Baresi era questo. Maldini, Costacurta e Tassotti non dovevano fare altro che agire, seguire le sue indicazioni, applicare pedissequamente dettami difensivi che prima Sacchi e poi Capello avevano portato alla perfezione. E allora ci sta che quando c’è tanto da dire in campo poi non hai tanta voglia di parlare fuori. Franco Baresi è sempre stato essenziale, pragmatico, faceva ciò che serviva nello sport e nella vita, come un capitano deve fare. Dare l’esempio non è facile, prevede qualità che vanno oltre la tecnica e i più bravi lo fanno con le azioni più che con le parole. E forse è più bello così.