Il calcio è danza d’amore. Unisce cuore e corpi. Accende sentimenti, si alimenta d’adrenalina. E’ passione. E’, spesso, amore. Di insostenibile leggerezza, nonostante sia sport ruvido e senza concessioni: però, comunque, basta un tocco di classe, uno stop impossibile, una marcatura che annichilisce gli avversari, un lancio che supera gli avversari e manda in rete il tuo attaccante, e l’amore diventa sfrenato sesso. Beh, in senso (ahimè) figurato…
Ecco, Franco Baresi era questo calcio. Era un precursore, un passo sempre avanti al resto della compagnia. Era ed è rimasto, con Gianni Rivera, l’emblema del mio Milan, il mitico numero 6 (la maglia con quel numero è stata ritirata dalla squadra, in segno d’omaggio e di profondo rispetto dopo che Franco smise di giocare), la classe infinita e un atteggiamento in campo mai volgare, mai violento, mai irrispettoso. Il suo modo di muoversi, estremamente elegante ed altrettanto efficace, ispirerà molti assi del calcio mondiale, soprattutto Paolo Maldini.
Ammaestrava il pallone con perizia, e imprevedibilità, e ridisegnò il ruolo del “libero” che a quei tempi veniva chiamato spesso e volentieri “stopper”: più che arcigno difensore, alato ispiratore delle azioni offensive, capace di intuire le reazioni in campo dei rivali ed anticiparli, rilanciando senza stucchevoli passaggini (il maledetto vizio che ha ucciso il nostro calcio) al compagno più vicino, se non quando era strettamente necessario, o al portiere. Guardava avanti, il futuro per lui era già passato. Guidava il suo reparto con poche parole ma tanto carisma, rappresentava in fondo quel che il calcio, e in generale lo sport, dovrebbe vantare: etica, serietà, ideale. Fedeltà: attaccamento alla maglia che indossi. Giocava, non solo letteralmente, a testa alta. Ultimo uomo della difesa, primo per bravura e visione del gioco. Sublime.












