Tutti guardano Hormuz. E ci sta: lì passa una fetta enorme del petrolio mondiale, lì si incrociano Stati Uniti e Iran, da lì arrivano le immagini dei tanker sotto attacco che aprono i telegiornali. Ma se ci fermiamo a Hormuz, perdiamo metà della storia.

Mettiamola così: se Hormuz è il grande rubinetto del petrolio del Golfo, Bab el‑Mandeb è il tornello che lascia entrare quel flusso nel corridoio Mar Rosso‑Suez. Oggi, però, il rubinetto è quasi chiuso: dall’inizio del conflitto diretto tra Usa e Iran, il traffico nello Stretto è crollato. E nello stesso momento il tornello è diventato non solo pericoloso, ma minacciato di serratura definitiva. Il problema non raddoppia: si moltiplica.

Lungo l’asse Bab el-Mandeb-Mar Rosso-Suez passava, prima della crisi, il 12-15% del commercio mondiale via mare e circa il 40% degli scambi tra Europa e Asia.

Non è un corridoio laterale: è un’arteria principale della globalizzazione. Ma c’è un’altra cifra che rende la posta più alta: da Bab el‑Mandeb transita oggi circa il 5% della produzione globale di petrolio. Perché l’Arabia Saudita, di fronte alla chiusura di Hormuz, ha dirottato oltre il 70% delle sue esportazioni verso il terminale di Yanbu, sul Mar Rosso. La porta sud dello stretto è diventata la via di fuga principale per il greggio saudita. E chi minaccia quella porta lo sa.