A volte la geopolitica cambia su una carta nautica, non in una sala conferenze. Nella notte tra il 23 e il 24 luglio 2026, due petroliere saudite sono finite nel mirino nel tratto di mare che separa lo Yemen dal Corno d’Africa. Non è un dettaglio periferico: è il Bab al Mandab, una delle strozzature marittime più sensibili del pianeta. Nel giro di poche ore, il Brent ha superato quota 100 dollari al barile, le borse hanno virato in rosso e la guerra già accesa attorno allo Stretto di Hormuz ha trovato un secondo varco pericoloso. La novità, questa volta, non è solo militare. È economica, commerciale e politica insieme.
Il punto centrale è che il conflitto non si sta più limitando al Golfo. Gli Houthi, alleati dell’Iran, hanno rivendicato l’attacco a due navi saudite nel Mar Rosso, sostenendo di aver colpito con missili, droni e armamenti navali. Le autorità saudite e fonti di sicurezza marittima internazionali hanno confermato l’incendio su almeno una petroliera, mentre il United Kingdom Maritime Trade Operations ha segnalato l’episodio come parte di una minaccia crescente alla navigazione commerciale nella zona. La scelta dell’obiettivo è tutto fuorché casuale: colpire navi legate a Riad significa insinuarsi nel punto in cui l’Arabia Saudita sta cercando di far defluire una parte del proprio greggio mentre Hormuz resta instabile.











