Contenuto tratto dal numero di luglio 2026 di Forbes Italia. Abbonati!

Il 28 febbraio l’attacco lanciato da Israele e dagli Stati Uniti all’Iran dava il via alla crisi dello stretto di Hormuz. Da questo stretto passa circa il 20% del petrolio globale commerciato via mare e il suo blocco, come ritorsione da parte dell’Iran, ha portato effetti immediati e preoccupanti. In pochi giorni il prezzo del petrolio è salito fino a toccare i 120 dollari al barile. Le aspettative di inflazione globali – soprattutto dei paesi dipendenti dagli idrocarburi del Golfo, come l’Italia – sono state riviste al rialzo. Questo ha stravolto le aspettative di tagli dei tassi da parte delle banche centrali mondiali.

Oggi tutti conoscono benissimo Hormuz e le conseguenze dell’escalation militare che ha coinvolto l’Iran. C’è però un altro ‘chokepoint’, o collo di bottiglia, altrettanto fondamentale e anche più strategico per i traffici commerciali e per i mercati energetici: lo stretto di Malacca, tra la Malesia e la penisola indonesiana di Sumatra, il passaggio più diretto, economico e funzionale per collegare Oceano Indiano e Pacifico. È lungo circa 900 chilometri e nel punto più angusto misura solo 2,8 chilometri. Ogni anno viene attraversato, secondo l’agenzia Reuters, da circa 102mila navi superiori a 300 tonnellate di stazza, e da lì passa un quarto del commercio globale. Inoltre, circa un terzo dei flussi petroliferi marittimi globali transita proprio da Malacca. Si tratta di 15/16 milioni di barili di petrolio al giorno, cifra molto simile a quella registrata a Hormuz fino a fine febbraio, oltre al 16% del gas naturale liquefatto scambiato a livello internazionale.