C’è un punto del mondo in cui il mare, più che separare, tiene insieme tutto: guerre, benzina, diplomazia, inflazione, elezioni. È lo Stretto di Hormuz, una striscia d’acqua fra Iran e Oman larga appena 29 miglia nautiche, cioè circa 54 chilometri, nel suo punto più stretto. Ma la misura davvero impressionante non è geografica: è economica. Da lì transitano in media circa 20 milioni di barili al giorno di greggio e prodotti petroliferi, una quota attorno al 25% del commercio mondiale di petrolio via mare. In altre parole, basta che quel collo di bottiglia si restringa perché a tremare non sia solo il Medio Oriente, ma anche il prezzo del pieno a migliaia di chilometri di distanza.
Per capire perché le ultime mosse di Washington e Teheran contino così tanto, bisogna partire da qui. Oggi parlando allo Shangri-La Dialogue di Singapore, il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth ha detto che gli Stati Uniti sono “più che capaci” di riprendere la guerra contro l’Iran se i negoziati non porteranno a un’intesa. Nelle stesse ore, secondo ANSA e Reuters, Donald Trump non aveva ancora preso una decisione finale sul memorandum negoziato dai suoi emissari, la cosiddetta “Dichiarazione di Islamabad”, che dovrebbe prorogare la tregua e aprire un nuovo ciclo di colloqui. Sul tavolo restano i nodi più duri: programma nucleare iraniano, fondi congelati all’estero, allentamento delle sanzioni.







