Lo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo largo 33 chilometri che separa l'Iran dalla penisola di Musandam, in Oman, è tornato al centro delle tensioni geopolitiche dopo gli ultimi attacchi condotti da Israele e Stati Uniti contro Teheran e le conseguenti risposte iraniane.Il passaggio marittimo rappresenta l'unica via d'accesso dal Golfo Persico verso l'oceano aperto e trasporta quotidianamente circa 20 milioni di barili di petrolio, equivalenti al 20% del consumo globale di idrocarburi. È uno snodo strategico senza alternative equivalenti per capacità e volumi.Lo Stretto di HormuzJONATHAN WALTER,ANIBAL MAIZ CACERES/AFP via Getty ImagesSecondo quanto riferito nelle ultime ore lo stretto sarebbe stato ufficialmente chiuso in seguito agli attacchi iniziati il 28 febbraio. "Attualmente, lo Stretto di Hormuz è sotto il controllo totale della Marina della Repubblica Islamica", ha affermato Mohammad Akbarzadeh, alto funzionario delle forze navali dell'Irgc, come riportato dall'agenzia di stampa Fars.A conferma di questo, ci sono anche diverse imbarcazioni nell'area che già il primo marzo avevano segnalato messaggi radio Vhf attribuiti alle Guardie della Rivoluzione iraniane, che avvertono che “a nessuna nave è concesso attraversare lo Stretto di Hormuz”. In quella data, mentre gli attacchi tra Iran e Israele continuavano, almeno due navi sarebbero state colpite nei pressi dello stretto e, secondo la piattaforma di monitoraggio navale Kepler, circa 150 petroliere hanno preferito fermarsi oltre lo stretto, in attesa di capire se la situazione sarebbe degenerata ulteriormente.Dal punto di vista giuridico, però, la situazione è più complessa. Il centro britannico United Kingdom Maritime Trade Operations ha precisato che messaggi radio di questo tipo non equivalgono a una chiusura formalmente valida sul piano del diritto internazionale. La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare tutela infatti il diritto di transito negli stretti internazionali, salvo che il passaggio non venga materialmente impedito.Secondo i dati citati da S&P Global Commodity Insights, però, nel giro di poche ore il traffico nello stretto si è ridotto tra il 40% e il 50%: le navi già in transito hanno accelerato l’uscita dall’area, mentre molte di quelle in arrivo hanno scelto di restare alla larga. Un segnale di quanto, in uno snodo strategico come Hormuz, la percezione del rischio possa contare quasi quanto un blocco effettivo.Il cuore pulsante dell'energia mondialeLo Stretto di Hormuz rappresenta molto di più di un semplice corridoio di navigazione. Questo passaggio, largo appena 33 chilometri nel punto più stretto tra la penisola dell'Oman e le coste iraniane, costituisce l'unica via d'accesso marittima dal Golfo Persico verso l'oceano aperto. Le corsie di navigazione, regolamentate dall'Organizzazione marittima internazionale attraverso uno schema di separazione del traffico, misurano soltanto due miglia per direzione, costringendo le superpetroliere più grandi del mondo a transitare attraverso un'area incredibilmente vulnerabile.La concentrazione di ricchezza energetica che attraversa quotidianamente queste acque ha pochi paragoni nella storia moderna. Secondo i dati dell'Energy information administration statunitense, nel 2024 oltre un quarto del commercio marittimo globale di petrolio è passato da queste acque, insieme a circa un quinto del traffico mondiale di gas naturale liquefatto (gnl), in gran parte proveniente dal Qatar. Solo l’Arabia Saudita ha esportato attraverso lo stretto 5,5 milioni di barili al giorno, pari al 38% del greggio che vi transita. L'Iran controlla la costa settentrionale, mentre la penisola di Musandam, divisa tra Emirati Arabi Uniti e Oman, domina quella meridionale. Otto isole maggiori punteggiano le acque dello stretto, sette delle quali sono controllate dall'Iran, incluse le controverse Abu Musa, Greater Tunb e Lesser Tunb, oggetto di disputa territoriale con gli Emirati Arabi Uniti dal 1971. Questa configurazione geografica conferisce a Teheran un controllo de facto sui movimenti navali nella regione.La geografia dello Stretto di Hormuz ne fa un corridoio di cruciale importanza strategica, sia militare che politica. Una vulnerabilità strutturale evidenziata da decenni di tensioni: durante la guerra Iran-Iraq negli anni Ottanta furono attaccate oltre 550 petroliere; negli anni successivi si sono registrati episodi come l’attacco a quattro navi nel 2019 (condotto da sommozzatori che gli Stati Uniti attribuirono all'Iran), il sequestro di petroliere sudcoreane e britanniche, fino alla più recente collisione tra due imbarcazioni, avvenuta il 17 giugno 2025, causata da interferenze sui segnali gps provenienti dalle zone vicine al porto iraniano di Bandar Abbas.La consapevolezza di questa instabilità ha spinto gli Stati Uniti a mantenere una presenza militare permanente nell’area. Il perno della strategia americana è la Naval Support Activity Bahrain, che ospita circa 9.000 militari e funge da quartier generale della Quinta Flotta, attiva su un’area di oltre 5 milioni di miglia quadrate. La rete di difesa si estende anche ad altre basi strategiche nella regione, tra cui Al Udeid in Qatar – la più grande base aerea Usa in Medio Oriente – e Al Dhafra negli Emirati Arabi Uniti, dove sono dislocati droni e caccia F-35.Come si chiude uno stretto?Secondo gli analisti militari, l’Iran non avrebbe bisogno di chiudere fisicamente lo Stretto di Hormuz per paralizzare il traffico: basterebbe renderne il passaggio troppo pericoloso ricorrendo a mine navali, sottomarini e missili antinave lanciati dalla costa settentrionale, di cui controlla oltre 100 miglia nautiche. Anche un solo intervento di questo tipo sarebbe sufficiente a bloccare il traffico per giorni, spingendo alle stelle i costi assicurativi. In base alle simulazioni militari, il flusso si arresterebbe già dopo una semplice dichiarazione iraniana sull’avvio delle operazioni di minamento. La produzione di petrolio si fermerebbe nel giro di una settimana e ci vorrebbe almeno un mese per riaprire un corridoio sicuro.Gli analisti di Goldman Sachs, già dopo gli attacchi di giugno scorso, avvertivano che una chiusura prolungata potrebbe spingere i prezzi del petrolio ben oltre i 100 dollari al barile, mentre scenari più estremi vedrebbero il Brent crude raggiungere quote di 120 dollari secondo le previsioni di Ing, o addirittura toccare i 350 dollari in caso di chiusura prolungata secondo le stime più pessimistiche. La vulnerabilità del sistema energetico mondiale diventa ancora più evidente considerando le scarse alternative disponibili. Attualmente, solo Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti dispongono di oleodotti operativi che possono aggirare lo stretto. Saudi Aramco gestisce l'oleodotto Est-Ovest da 5 milioni di barili al giorno, temporaneamente espanso a 7 milioni nel 2019, mentre gli Emirati collegano i loro giacimenti onshore al terminal di esportazione di Fujairah con una capacità di 1,5 milioni di barili al giorno. L’Iran ha inaugurato nel 2021 l’oleodotto Goreh-Jask, mai entrato davvero in funzione, mentre Iraq, Kuwait e Qatar non hanno sbocchi alternativi significativi. Anche utilizzando al massimo le infrastrutture saudite ed emiratine, circa due terzi delle esportazioni del Golfo resterebbero bloccate.L’impatto si estenderebbe rapidamente anche al gas naturale liquefatto: il Qatar, primo esportatore mondiale di gnl, dipende quasi interamente da questa rotta. Le economie asiatiche — come Giappone, Corea del Sud, Cina e India — rischierebbero di perdere in pochi giorni una quota cruciale delle forniture per la produzione elettrica. Sostituire questi volumi con carichi provenienti dall’Atlantico significherebbe tempi di navigazione più lunghi, costi più elevati e ulteriore pressione sui prezzi energetici globali, già estremamente sensibili a qualsiasi segnale di instabilità nell’area.