È stato un bel Mondiale; ma non certo grazie a Trump, tanto meno a Infantino. È stato un bel Mondiale grazie al centrocampo magico della Spagna, all’ultima splendida stagione di Messi, ai gol di Mbappé, alla classe di Bellingham, alla forza di Haaland. Grazie agli atleti, non agli uomini di potere. Grazie allo sport, non al business.Com’era facile prevedere, alla fine il contesto cede lo spazio al pallone. È sempre così. Il 99 per cento del pubblico non è qui; è davanti alla tv. Non gli importa molto se i biglietti sono cari o meno, se il presidente Fifa viaggia per l’emisfero boreale sul jet privato, se Trump si imbuca nella foto dei vincitori, con il capitano Rodri che gli fa segno: prego presidente, ci lasci soli. Quel che conta sono i gol, proprio come alle Olimpiadi contano i record. Gli uomini. Le storie. E di storie questo Mondiale americano è stato generoso.

La favola di Capo Verde, che costringe i campioni del mondo ai supplementari grazie al portiere dentista Vozinha. La vogata vichinga, che ha reso empatico il Paese più freddo del mondo. Il sorriso del fratellino di Lamine Yamal. Le rimonte dell’Argentina, con il capolavoro contro l’Inghilterra. Il passo d’addio di Cristiano Ronaldo, Neymar, Manuel Neuer, Luka Modric. E ovviamente le lacrime del più grande di tutti, Leo Messi.Però non siamo qui per raccontare che va tutto bene. Il calcio è fatto anche di soldi; non può essere soltanto soldi.