Il calcio non è uno sport come gli altri; e i campionati del mondo di calcio non sono un torneo come gli altri. Nonostante tutto, perché non è certo stata un’edizione perfetta della Coppa del mondo. Le partite in tre Paesi distanti migliaia di chilometri; i contestatissimi «hydration break» che spezzavano le partite per soddisfare forse più gli appetiti degli inserzionisti pubblicitari che la sete dei calciatori; l’ostentata e ridicola sudditanza del presidente Fifa Gianni Infantino verso l’ingombrante Donald Trump, espressa anche con l’assurda sospensione «politica» della squalifica all’americano Balogun dopo un cartellino rosso.
Ma non è questo il punto. Non pensiamo ai meccanismi di una o dell’altra edizione, e nemmeno alla dimensione puramente sportiva della competizione. Pensiamo invece al posto che occupa il calcio, e dentro la cornice del calcio il mondiale di calcio, nel nostro immaginario. Nelle nostre società. L’Italia, ormai da anni in declino nel calcio sotto ogni punto di vista, sportivo, economico e gestionale, nemmeno era qualificata. Eppure le partite del Mondiale, con altre nazionali, sono state tra gli eventi televisivi più visti dell’anno. Perché erano partite di calcio. E perché erano partite del Mondiale. Quasi 9 milioni solo su Rai1 per le semifinali, quasi 13 milioni per la finale Spagna-Argentina. Numeri da Sanremo, in un momento nel quale la platea televisiva è ormai irrimediabilmente frammentata, oltre che in contrazione. E poi c’è il resto del mondo. L’Istituto geografico nazionale spagnolo ha misurato le vibrazioni sismiche causate dai festeggiamenti al gol di Ferran Torres e al fischio finale. Milioni di persone felici che esultano e saltano, tenuti insieme da una vittoria sportiva. Le piazze di tutte le città del mondo fitte di persone, pronte a impazzire di gioia o morire di delusione per un pallone che entra o non entra in una porta di 2,44 metri per 7,32. Non c’è semplicemente nulla, ancora oggi, come i Mondiali di calcio (Olimpiadi a parte). Oggi che si dice che il calcio è in declino, che crescono per fortuna altri sport, che tutti sembrano pensare solo al tennis. In tempi in cui tutto appare parziale, frammentato e pulviscolare, «the beautiful game» è ancora lì, in tutto il mondo, in tutta Italia, l’unico capace di unire e occupare la testa e i sogni di così tante persone, di un pianeta intero.












