Gli USA non vinceranno il Mondiale, ma hanno il genio del business. Senza clamore, hanno trasformato il calcio in un gioco con quattro tempi, come il basket. Un intervallo più lungo, nel mezzo, e due hydratation breaks. Una remunerativa ipocrisia, buona per la pubblicità televisiva. Tant’è vero che non li hanno tolti, quand’è piovuto e di idratazione non si sentiva la necessità. Il «break» pone anche un problema linguistico. Si pronuncia «bréik» non «brèk», ma vallo a spiegare ai nostri euforici telecronisti. Li perdòno perché li capisco, e un po’ li invidio: un Mondiale di calcio è una festa mobile, ed è magnifico esserci, al di là dei risultati. Ricordo Germania 2006: quanto accadeva fuori dagli stadi era bello come ciò che succedeva dentro (be’, quasi, considerato che noi italiani abbiamo vinto).
L’entusiasmo delle tifoserie al Mondiale 2026 è evidente. Gli USA aiutano, in questo: sono una nazione-mosaico, in cui ogni tessera si ritiene — giustamente — importante. E, quando può, vuol farsi riconoscere e festeggiare. L’atmosfera gioiosa che s’è creata è una prova che Donald Trump non ha neppure compreso il senso del Paese che governa. La caccia all’immigrato è nauseabonda. A proposito: ormai dovremmo aver capito che le squadre nazionali di successo sono una miscela di etnie. Il calcio — lo sport in genere — è una strada che si apre davanti ai nuovi arrivati, che ci mettono fantasia, grinta e spirito di sacrificio, personale e familiare.












