La finale dei Mondiali di calcio, come buona parte degli stessi Mondiali, è stata un grande spettacolo europeo, nonostante il festoso palcoscenico americano, nonostante l’americanizzazione delle pause fra un tempo e l’altro delle gare, nonostante il goffo tentativo di Donald Trump di infilarsi nei festeggiamenti finali, cucù. E la vittoria della Spagna contro l’Argentina è quanto di più europeo potesse capitare, in un Campionato mondiale dominato da squadre europee (squadre europee ai quarti: sei su otto, il 75 per cento, con Francia, Spagna, Belgio, Norvegia, Inghilterra e Svizzera), da giocatori europei (titolari della finale impiegati in Europa: 19 su 22), da cannonieri europei (gol segnati da calciatori che giocano in campionati europei: 245, l’84,2 per cento), con le sole eccezioni rappresentate dalle squadre non europee più europee di tutte: le sole non europee arrivate ai quarti di finale erano l’Argentina, la squadra sudamericana con il più alto numero di calciatori che giocano in Europa, ventuno su ventisei, e il Marocco, nella cui rosa diciotto giocatori su ventisei sono nati in Europa. L’Europa, come abbiamo già avuto modo di dire, ha trionfato ai Mondiali di Donald Trump. E il fatto che il trionfo mondiale sia arrivato attraverso la Spagna, per noi feticisti dell’europeismo – che vediamo Europa dappertutto, a Wimbledon (Sinner), nella Formula Uno (Antonelli), nel cinema (Odissea, dov’è ambientato?) – è un dato interessante, perché nessuna squadra come la Spagna contiene simbolicamente così tanti tratti che ricordano l’Europa.Pensateci. Ha vinto i Mondiali una squadra non costruita attorno al talento di un singolo giocatore, ma attorno al talento di un sistema di gioco, che ha avuto la meglio in finale su una squadra costruita attorno a un genio solitario. Ha vinto i Mondiali una squadra il cui leader, Rodri, non è una superstar costruita sul gesto individuale, ma un campione abituato a far girare la macchina, a tenere insieme i fili, a unire i puntini, a creare occasioni e a far funzionare, con il talento, sistemi complessi. Ha vinto i Mondiali una squadra che ha trovato la rete decisiva ai supplementari grazie a un giocatore che si chiama Ferran Torres, la cui storia è l’esatta fotografia di un pezzo dell’identità europea: arrivare in alto, raggiungere grandi traguardi, poi cadere, soffrire, non trovare più gol, finire nelle retrovie, quindi imparare dai propri errori, rimettersi in discussione, cambiare ruolo, fare delle difficoltà un bagaglio di esperienza e tornare a essere decisivo. Ha vinto i Mondiali una squadra il cui capocannoniere, Mikel Oyarzabal, ricorda da vicino quell’Europa che si accorge a intermittenza dei suoi talenti, delle sue infrastrutture, dei suoi asset, delle sue filiere, perché troppo occupata a guardare quelli degli altri. Ha vinto i Mondiali una squadra il cui assist decisivo è arrivato da un giocatore, Nico Williams, i cui genitori, María e Félix, arrivarono molti anni fa in Spagna dal Ghana, senza documenti, dopo aver affrontato un viaggio di 4.000 chilometri verso Melilla, attraversando il Sahara in parte a piedi e in parte nascosti su un camion, e ottennero poi asilo politico in Spagna (a proposito di integrazione: il Mondiale, come ha notato con sagacia un genietto su Twitter, potrebbe essere ricordato per essere uno dei pochi casi della storia in cui Trump ha fatto di tutto per non far espellere un nero, vedi alla voce Folarin Balogun).Ha vinto, infine, una squadra il cui allenatore, De la Fuente, non è un rivoluzionario esterno che prende una macchina e la ribalta come un calzino, come speriamo che faccia un giorno Pep Guardiola (altro spagnolo) con l’Italia, ma un uomo dell’establishment, formato nel sistema, cresciuto nel sistema, allevato nelle nazionali giovanili federali. In definitiva, quello della Spagna, ha scritto ieri il New York Times, è stato un trionfo di gioco di squadra, di un calcio intelligente e controllato, basato sul possesso palla, e di compostezza, in netto contrasto con l’aggressività e la scarsa ambizione offensiva degli avversari. Un trionfo di perfezione e prevedibilità, di cura dei dettagli con i quali riuscire a governare i talenti degli altri e a supplire anche alle giornate meno brillanti dei propri talenti, come quella di Yamal in finale. Prevedibilità che diventa virtù, organizzazione che diventa talento, sistema funzionante che diventa letale, filiera lunga che consente di avere scorte in abbondanza a cui attingere nei momenti di difficoltà. L’Europa degli stati, lo sappiamo, non sempre riesce a essere anche lontanamente uno specchio dell’Europa del calcio.Ma la vittoria della Spagna ai Mondiali di calcio offre spunti di riflessione all’Europa per capire quali sono i suoi punti di forza non meno di un piano Draghi. Competitività, efficienza, prevedibilità, organizzazione, filiera lunga, sistema ordinato, ingranaggi che girano, narcisismi da governare, barriere da abbattere, talenti da valorizzare. I feticisti dell’Europa a volte esagerano, come noi, ma quando l’Europa offre il meglio di sé, mostrando la goffaggine degli antieuropeisti, come Trump, giocare con i simboli si può. E nonostante la tragicomica assenza dell’Italia, assente ai Mondiali, come sappiamo, ma assente per la prima volta nella storia anche dalla finale, con una Serie A praticamente invisibile nell’ultima partita (unico tesserato con una squadra italiana Niko Gonzales, della Juventus, che ha giocato però l’ultima stagione nell’Atletico Madrid), lo spettacolo europeo dei Mondiali offre ragioni per rallegrarsi. Sullo stato del calcio europeo, ovviamente. Ma anche sulla ricetta speciale che ha permesso alla Spagna di vincere in finale con un ingrediente segreto che, per quanto possiamo sforzarci di non farlo, non possiamo che definire così: calcio ordinato, efficienza letale, organizzazione perfetta e lezioni di europeismo a palate.