Una “linea rossa superata”. Un colpo alla “competizione leale, corretta e trasparente”. Un’aggressione “all’integrità del gioco”. Una decisione “senza precedenti, incomprensibile e ingiustificabile”. L’Europa della politica (Ue) ha qualcosa da imparare dall’Europa del calcio (Uefa) su come ci si rivolge a un furfante illiberale di nome Donald Trump che piega le regole del giuoco, come avrebbe detto il Cav., ai suoi interessi, servendosi dello stuoino di turno, che in questo caso si chiama Gianni Infantino, per raggiungere i suoi obiettivi, che in questo caso coincidono con il nome e il cognome del giocatore americano di grande talento (Folarin Balogun) che dopo essere stato espulso contro la Bosnia (una giornata di squalifica) è stato riammesso in campo (per giocare stanotte contro il Belgio) dopo una decisione per l’appunto senza precedenti della Fifa (dunque Infantino) e una persuasiva telefonata di Donald Trump. Make Autoridicolizzazioni Great Again. L’Europa della politica, rispetto al tema delle red line, ha qualcosa da imparare dall’Europa del calcio su come si risponde a Trump. Ma l’Europa della politica, da questi Mondiali, ha qualcosa da imparare dall’Europa del calcio anche su altri terreni interessanti, seguendo i quali potrebbero esserci chance per il futuro per provare a essere great again. Non sappiamo i risultati della nottata, sfortunatamente.Ma sappiamo che al momento il tabellone dei Mondiali, fatta eccezione per l’Italia che con un messaggio politico forte ha scelto di boicottare preventivamente i Mondiali versione Maga così come aveva già scelto di boicottare i Mondiali in terre illiberali come quelli del Qatar (2022) e quelli in Russia (2018), parla una lingua meravigliosamente europea. Ai quarti di finale c’è la Francia, super favorita, che se la vedrà con il Marocco, nella cui rosa diciotto giocatori su ventisei sono nati in Europa. C’è poi la Norvegia, che ha battuto il Brasile, che se la vedrà con l’Inghilterra, nell’attesa di sapere chi tra la Svizzera (altra europea) e la Colombia (di cui tredici giocatori su ventisei giocano in Europa) sfiderà la vincente tra l’Egitto e l’Argentina (la squadra sudamericana con il più alto numero di calciatori che giocano in Europa: ventuno su ventisei), oltre ovviamente alla vincente della sfida di ieri sera tra altre due squadre europee: Spagna e Portogallo. L’Europa del calcio può insegnare qualcosa di interessante all’Europa della politica per il suo essere tutto quello che l’Europa degli stati non sempre riesce a essere. Attrattiva per la capacità di attirare i talenti. Attrattiva per la capacità di attirare i capitali. Attrattiva per la capacità di attirare i capitalisti. Attrattiva per la capacità di essere una stella attorno alla cui orbita vogliono ruotare anche paesi che non si trovano nell’Unione europea: Regno Unito, Norvegia, Turchia, Israele, Armenia, Azerbaigian, Georgia, Kazakistan. L’Europa del calcio è più forte di quella degli stati perché è riuscita a mettere in piedi un’organizzazione certamente perfettibile che tende però a creare valore mettendo in campo azioni che anche la politica farebbe bene a replicare. Libera circolazione degli stranieri trasformata in un valore aggiunto. Competizione trasformata in un motore di innovazione. Regole comuni per tutti i paesi che fanno parte della comunità calcistica trasformate in un’occasione per avere un mercato più integrato, più mobile, più globale. E un ribaltamento della logica della fuga dei cervelli: il valore aggiunto di un paese non è fare tutto il possibile per trattenere chi vuole superare le frontiere, ma è far sì che chi vuole superare le frontiere di altri paesi possa arrivare nel proprio campionato.L’Europa del calcio può insegnare qualcosa all’Europa degli stati sulla necessità di attrarre capitali, dar vita a mercati integrati, combattere le tentazioni autarchiche, creare regole condivise, trasformare la concorrenza in una virtù, fare dell’innovazione un alleato della crescita. L’Europa, nel calcio, vince come modello, per il momento, ma vince anche come capacità di far vivere e convivere metodi diversi all’interno di un’unica storia. Francia, Spagna, Portogallo e Belgio hanno costruito una miniera d’oro di talenti sfruttando al massimo le frontiere aperte e trovando le giuste leve per integrare dentro le proprie nazionali calciatori che in ambiti diversi sarebbero stati considerati solo come “stranieri” da gestire. L’Inghilterra è tornata a macinare risultati grazie a uno stato che ha permesso alla Premier League di avere tutti gli strumenti normativi per poter far diventare le squadre più ricche, anche dando la possibilità di ricostruire gli stadi senza dover passare dalle gimcane infernali della burocrazia, come succede in Italia. La Norvegia è arrivata dove si trova oggi grazie a un modello di welfare calcistico unico: accesso largo per tutti, costi bassi, impianti diffusi, investimenti enormi per formare gli allenatori e una rete capillare, che si chiama Landslagsskolen, formata da club locali, distretti, regioni e nazionali giovanili che lavorano con criteri comuni per individuare, seguire e formare i migliori talenti. Non sappiamo se tutto questo basterà per avere una squadra europea campione del mondo (è successo in sei degli ultimi dieci Mondiali). Ma possiamo dire che imparare le lezioni offerte ai tifosi dall’Europa del calcio, come ha ricordato su queste pagine Olivier Guez, aiuterebbe anche i tifosi dell’Europa degli stati ad avere qualche ragione patriottica in più per non vergognarsi di dire, anche di fronte a chi vuole riscrivere a proprio piacimento le regole del giuoco, quello che pensano tutti i tifosi che non hanno una propria Nazionale del cuore così avanti nelle fasi finali dei Mondiali: semplicemente, forza Europa.