«Cosa mi ha colpito di più in questa prima fase? L’attitudine all’attacco di molte squadre, dopo tanti tornei giocati noiosamente sulla difensiva. Poi gli stadi mezzi vuoti, conferma che i prezzi sono troppo alti e che la iper-mercificazione del calcio non piace ai tifosi. Infine sono stupito che Trump non abbia ancora fatto irruzione in questi giochi». Simon Kuper guarda le partite dei Mondiali con l’occhio di chi ne ha seguiti nove di fila, a cominciare da Italia ‘90, come racconta nel suo ultimo libro “World Cup Fever”, la febbre da Mondiali. Giornalista e studioso, ha sempre interpretato il calcio non solo come fenomeno sportivo bensì come fatto di costume, sociale e politico. Per questo nonostante l’assenza finora dalla scena del Presidente americano, definisce questa edizione come “Mondiali MAGA”, coerenti e funzionali cioè alla retorica dell’attuale amministrazione americana. «Con le azioni della polizia di frontiera, che ha respinto arbitri e giocatori, sottoposto altri ad interrogatori di ore, trattenuto sulla pista di atterraggio intere squadre per i controlli dei visti o antidroga, Trump il suo obiettivo lo ha già raggiunto - spiega Kuper -. Cioè riaffermare in mondovisione il suo cavallo di battaglia, la lotta all’immigrazione». Un messaggio dunque in chiave interna, la ripetizione su scala mondiale di quanto già visto con le azioni dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) sul territorio nazionale.