Brutta storia, ma non nuova, quando lo sport ammicca al potere. E al potente. Ne avevamo avuto un'avvisaglia durante la cerimonia del sorteggio per i gironi del Mondiale, con la consegna del Premio Fifa per la Pace dalle mani di Gianni Infantino a Donald Trump. La motivazione? Il presidente americano avrebbe reso il mondo "un posto più sicuro". Non ce ne siamo accorti, ma deve essere colpa nostra, evidentemente non del presidente della Fifa, che ha rimediato alla clamorosa omissione del comitato del Nobel istituendo un riconoscimento di cui non esistono precedenti (e forse nemmeno seguiti). La conferma del rapporto speciale tra l'uomo che governa il calcio e l'uomo che governa il mondo è arrivata con un un gesto di evangelica coerenza: la remissione della squalifica a Folarin Balogun, il fuoriclasse degli Stati Uniti, già autore di tre gol e trascinatore della nazionale a stelle e strisce agli ottavi di finale. Riabilitato contro il Belgio con la condizionale: nel senso che al prossimo fallaccio verrà fermato. Un giocatore in prova: siamo sicuri che stavolta non la fallirà.

La telefonata Secondo il New York Times, la decisione sarebbe stata preceduta da una telefonata tra Infantino e Donald. Il quale, con la proverbiale discrezione, ha subito commentato la notizia su Truth: "Thank you Fifa, per aver fatto ciò che era giusto, cancellando una grande ingiustizia!". Con il punto esclamativo. Il cartellino rosso a Balogun era davvero ingiusto? Forse sì, il giocatore cerca l'appoggio del piede e lo trova involontariamente contro la gamba di un avversario bosniaco. Ma l'ingiustizia nel calcio è un concetto relativo: persino al tempo del Var, del deus ex machina, rientra nell'alea delle decisioni che indirizzano una partita in un senso o nell'altro: si tratti dell'angolo scelto da Bruno Guimaraes nel rigore sbagliato contro la Norvegia o dell'interpretazione del pestone del bomber americano data dall'arbitro brasiliano Raphael Claus, dopo essere stato richiamato al monitor. Sistemare l'ingiustizia con un gesto di clemenza, con la grazia del sovrano, è un'ingiustizia ancora più grande. E sospetta. Esiste un precedente, altrettanto vischioso: le giornate di squalifica abbonate a Cristiano Ronaldo perché potesse cominciare il Mondiale in campo e non in tribuna. Una sorta di premio alla carriera, non potendogli dare quello alla pace. Ma se si apre una breccia nel regolamento, diventa difficile richiuderla. Più probabile che si trasformi in una voragine o in una di quelle autocrazie fondate sul libero arbitrio, che vanno tanto di moda in queste prime decadi del terzo millennio. Il caso D'ora in poi, qualsiasi federazione potrà invocare il lodo Balogun, qualunque capo di Stato si permetterà una chiamata all'amico Gianni per reclamare benevolenza, o contestare un rosso. Il giudice sportivo verrà scavalcato dalle trattative private, che di solito premiano chi ha peso politico. La diplomazia del Mondiale rischia di sfuggire di mano. Visto come è stata trattata la delegazione iraniana, nel silenzio della Fifa, e lo stato attuale dei rapporti tra l'inquilino della Casa Bianca e la nostra premier, forse è un bene che l'Italia non si sia qualificata (circostanza, ricordiamolo, che il presidente della Fifa ha chiosato con una battuta insolitamente caustica). D'altra parte, se potessimo dare un suggerimento a Infantino, lo metteremmo in guardia dalla condiscendenza. Con Trump non porta bene, lui rispetta i leader risoluti e forti, quelli che non chiedono mai (e concedono poco). Alla Putin, alla Xi Jinping. Non vorremmo che la prossima volta che Trump alzerà il telefono, sarà per sfogarsi e tuonare, in caso di eliminazione degli Stati Uniti dal Mondiale del duecentocinquantesimo anniversario dell'indipendenza americana, celebrata dal presidente con un perentorio: "Siamo un Paese di vincenti, nessuno come noi". Avrebbe potuto aggiungere: mai più senza Balogun.