La sospensione della squalifica del centravanti statunitense Folarin Balogun, espulso nella gara dei sedicesimi contro la Bosnia, da regolamento squalificato e reintegrato ventiquattro ore prima degli ottavi mondiali contro il Belgio su pressione diretta del presidente Donald Trump come documentato dal New York Times – tre fonti confermano questo scenario -, non è un semplice scandalo: è il punto più basso della storia del calcio. Una vergogna planetaria, nella quale leggiamo l’arroganza della prima potenza del globo terracqueo e della federazione più influente e ricca in assoluto. Noi siamo noi e voi non contate un ca….

Trump e Infantino hanno sbattuto in faccia al popolo del football una realtà amara: le connessioni miserabili tra potere e sport. Non è la prima volta che la politica entra a gamba testa nel calcio e non è neppure la prima volta che le autorità sportive si piegano ai diktat dei capi dello stato, ma qui si è andati oltre per quello che rappresentano i soggetti di questa commedia: Stati Uniti e Fifa. Trump si comporta come quel tale che porta il pallone e si sente non solo in diritto di giocare, ma anche di governare la partita. Infantino, record di viaggi aerei e di emissioni nocive prodotte dal suo movimentismo tra gli stadi, ha obbedito come un maggiordomo. L’avvocato svizzero di ascendenza italiana aveva il potere per opporsi al delirio di un presidente che ha trovato il tempo di pensare al calcio anche alla vigilia del delicatissimo vertice Nato di Ankara, ma non l’ha fatto. Figurarsi: era lo stesso Infantino che a dicembre ha consegnato a Trump un premio per la pace a un personaggio che ha portato la guerra e il disordine in diversi angoli del mondo.