Come già Oppenheimer, Odisseo è un personaggio tormentato da se stesso e dalla consapevolezza della fine di una civiltà. In questo caso la nostra. Un’attualizzazione violenta che fa emergere il conflitto artistico ed estetico del Premio Oscar.

Tanto tuonò, che piovve. Dopo mesi e mesi di articoli, notifiche, servizi, podcast, video, post, e quant’altro l’universo comunicativo metta a disposizione, l’Odissea di Christopher Nolan è finalmente approdata sugli schermi. Esaminare un’opera di Nolan significa verificare lo stato di salute del cinema contemporaneo, in chiave di spettacolo di massa, coniugato con quegli approfondimenti artistici e culturali che lo spettacolo stesso permette.

Circe perde la fascinazione sensuale della tradizione

Già Via col vento, si dirà, era tutto ciò. Con una differenza. Allora, gli approfondimenti facevano tutt’uno con lo spettacolo, adesso risultano un po’ come incistati al suo interno. Che il film di David O. Selznick, il produttore che lo volle a tutti i costi, fosse l’allegoria degli archetipi ancestrali, ossia Terra (la Rossella di Tara), Aria (Red Butler, che va e viene), Fuoco (la Storia, ovvero la distruzione e la guerra) e Acqua (assente, visto che la figlioletta della coppia muore), ebbene tutto ciò era integrato a misura di racconto e spettacolo, senza evidenziatori che ne sottolineassero sensibilmente la presenza. Oggi, non è più così. Si veda la sequenza della maga Circe. Nolan esclude per il personaggio ogni fascinazione sensuale, come era invece nella tradizione, dalla Silvana Mangano nell’Ulisse di Camerini alla Juliette Mayniel nella versione televisiva di Franco Rossi. Lo spettatore si trova di fronte l’ottima Samantha Morton, che però una ragazza seduta poco distante da me liquida subito come «strega del mare» (chissà!?).