Quindi di mestiere, ora, Christopher Nolan fa il rapsodo. Cioè quello che racconta cose, storie, miti, figure leggendarie ripescandoli ogni volta, tagliandoli, contaminandoli, insistendo e desistendo come più gli piace. E come aggrada al suo pubblico. E la voce del rapsodo – il battere ritmico del suo bastone – è la prima che sentiamo, in apertura dell'attesissima, e già discussa in tutto in globo terracqueo – dai mostri marini alle rocche armate – “Odissea”. È lui, rapsodo, ma pure un poco aedo, dal multiforme ingegno (contiene moltitudini, d'altronde, esattamente come Omero), il vero, sottinteso protagonista, fin dall'inizio, e giù, giù fino alla fine, dopo due ore e cinquantadue minuti di avventura pura ed emozione catartica: è così che ci si sente quando si viene esposti agli archetipi più potenti, l'Eroe che Viaggia e l'Eroe che Dubita, la Sposa Fedele e la Tentatrice, il Guardiano della Soglia e il Fanciullo che Ricerca. Ci sono, ci siamo tutti, e tutti riconosciamo come nostri pezzi di storia, pezzi di altri pezzi, echi e richiami. Qualunque sia la nostra conoscenza dell'Odissea di Omero, e il nostro immaginario coagulato sulla sua figura immensa, e tutta la rete di storie incantatrici che si porta dietro (esclusi, ovviamente, i leoni da tastiera che hanno conseguito una laurea in filologia classica direttamente a Heidelberg, ma via Wikipedia, e da mesi pontificano su armature, epiteti omerici – soprattutto l'indifeso leukolenos, “dalle bianche braccia”, riferito a Elena – e casting “woke”).
Ode a Nolan, che ha fatto a pezzi l'Odissea per costruire una nuova storia, la nostra storia
L'ANGOLO DEI BLOGGER. Il film è una narrazione che affonda le mani in mille altre, e le rimescola e le usa per forgiarne un'altra. Non è …











