È uscito nelle sale Odyssey di Christopher Nolan e si parla molto dell’adattamento del poema e di quanto il regista londinese abbia adeguato il testo per il grande schermo, ma abbiamo scordato che il cinema è stato inventato da Omero. Nell’Odissea infatti troviamo già moltissime delle tecniche narrative che poi sarebbero approdate al cinema.

Innanzitutto: quando inizia la storia dell’Odissea? Alla fine della guerra di Troia? Con Ulisse che salpa verso Itaca? Nient’affatto. Inizia dieci anni dopo la partenza di Ulisse. Quando tutti i suoi compagni sono tornati, ma lui no. Inizia dalla disperazione di Telemaco e Penelope che si domandano se è possibile che sia ancora vivo e chiedono ai suoi commilitoni notizie, senza riuscire a scoprire se sia vivo o no. Poi vediamo Ulisse, sulle coste dell’isola in cui è stato imprigionato da Circe, che si dispera, pensando che non vedrà mai più casa.

La storia del viaggio è raccontata da una serie di flashback. Gli episodi di Polifemo, delle sirene, e gli altri sono tutti ricordi di questo ex militare che vuole tornare a Itaca ed è perseguitato dal suo passato e da una guerra che ha fatto vincere agli Achei, ma che non avrebbe mai voluto combattere. Poi abbiamo il montaggio alternato in cui si intreccia il viaggio, scene che accadono intanto a Itaca, e altre ambientate tra gli dei. E ancora: i dialoghi, i campi larghi della navigazione, e gli zoom verso i dettagli, le armature luccicanti, la lancia che attraversa le scure, la luce che colpisce le onde, il sangue che macchia il terreno. Con descrizioni talmente visive che sembrano tratte da una sceneggiatura come questa: “Stringeva in pugno la scure affilata Trasimede: stava vicino alla giovenca, pronto a colpire. Perseo aveva in mano il vaso per raccogliere il sangue”.