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C’è una chiave di lettura esplicita dell’Odissea di Christopher Nolan, e ce ne sono altre che lo sono meno. La prima è spiegata con alcuni dialoghi piuttosto didascalici, come avviene spesso nei suoi film, le altre invece sono più sottili o emergono dal confronto di questo film con i precedenti di Nolan. Chi non ha visto il film e non vuole saperne niente, interrompa qui la lettura.

La tesi più dichiarata è che il viaggio del protagonista Ulisse rappresenta la maturazione della sua consapevolezza che, con l’inganno del cavallo di Troia, ha violato la legge non scritta che reggeva il mondo antico – che Ulisse stesso chiama con un anacronismo «l’età del Bronzo» – e ne ha causato la fine. Ciò che i greci hanno presentato come un dono ai troiani si rivela un crimine, come quelli commessi dai molti personaggi – a partire dai Proci – che violano la legge dell’ospitalità di Zeus, su cui si insiste molto nel film.

L’Ulisse di Nolan, insomma, deve convivere e superare il trauma del massacro compiuto dai greci contro i troiani, di cui si sente responsabile, come un reduce di guerra che si rende conto delle barbarie compiute dalla sua parte. A coronamento di questa lettura, l’Odissea di Nolan identifica i greci di ritorno dalla spedizione a Troia con i popoli del mare i cui attacchi nel Mediterraneo, secondo alcune teorie, causarono un collasso della civiltà intorno al 1200 a.C. L’intento evidente di Nolan è di fornire un commento sul presente: la violazione dei patti di fiducia e lealtà reciproca che porta alla distruzione di Troia è una metafora delle vere violazioni del diritto internazionale che stanno portando alla fine dell’ordine mondiale per come lo abbiamo conosciuto negli ultimi ottant’anni.