L’Odissea secondo Christopher Nolan: il trauma del dopoguerra riscrive il mito. Il film esce domani, 16 luglio 2026 al cinema. Noi del L’Altravoce – Il Quotidiano abbiamo visto la pellicola in anteprima.
Ha preso il timone di una storia che si tramanda da tre millenni Christopher Nolan e l’Odissea l’ha traghettata con decisione ai nostri giorni, imponendo allo spettatore di considerarla con categorie moderne. La sua rilettura dell’epica omerica ha una chiave interpretativa ben definita: è la guerra a essere elaborata, con le sue conseguenze, attraverso i traumi di chi l’ha fatta e di chi l’ha subita, con la brutalizzazione dell’umanità che esige e l’impossibilità di cancellare il male che genera. Così, dopo Oppenheimer che affrontava la nascita di un conflitto e Dunkirk che procedeva al fianco di chi combatteva, Nolan chiude il cerchio raccontando cosa accade dopo che una guerra è terminata. All’Ulisse di Matt Damon, in particolare, accadde di perdersi, nelle insidie del Mediterraneo così come nell’oblio di una memoria troppo satura di orrori per poter essere tollerata senza soccombere.
Calipso, lungi dall’essere una carceriera, concede all’eroe il suo vero nostos, il ritorno non alla sua casa ma ai suoi ricordi. Dai flashback, che immancabile firma del regista non potevano mancare, emergono orrori sempre crescenti: dai cimiteri di armature dei caduti da cui fuggire a giganti inattesi assetati di sangue, dal gorgo di Cariddi all’antro di Scilla, dalle grinfie di Circe al dilaniante canto di verità delle sirene. Polifemo, ispirato al Saturno divoratore di Goya, forse più di tutti restituisce la dimensione del terrore e insieme quella di una creatura altra di cui gli uomini non comprendono la natura e ne interrompono la quiete. È, dunque, più mostruoso l’urlo del ciclope accecato o l’indifferenza di chi ha provocato quella ferita?













