Le macchine non fingono di capire senza essere state informate ma gli esseri umani, invece, possono fingere, e spesso lo fanno in buona fede, convinti che la competenza stia compensando. Forse la sfida del XXI secolo non sarà rendere le macchine più intelligenti. Sarà rendere gli esseri umani meno opachi gli uni agli altri; e questa è, di tutte le sfide che questo secolo si è dato, la sola che non potrà essere risolta dall’ingegneria. L’analisi di Flavio Tonelli e Mario Caligiuri

Prendete un contesto decisionale di un’azienda strategica, settore manifattura avanzata o dual-use, in un pomeriggio di fine trimestre. Sul tavolo c’è una decisione che non può essere rimandata. Le persone nella stanza sono cinque, forse sei. Nessuna di loro dichiara il proprio stato interno.

Chi è reduce da sette giorni di due diligence senza interruzione reale ha la soglia cognitiva a zero, ma non lo dice perché il contesto non prevede che si dica. Chi ha ricevuto quella mattina un’informazione laterale che cambia il quadro di rischio non sa ancora come pesarla e tace, perché nominarla richiederebbe una catena di ragionamenti che il tempo non consente. Chi opera sotto pressione istituzionale non esplicitabile la gestisce internamente, traducendola in posizioni che sembrano tecniche ma non lo sono del tutto.