Il dibattito sulle innovazioni tecnologiche tende spesso a riprodurre una vecchia opposizione tra apocalittici e integrati: da un lato la tecnologia come promessa di progresso, dall’altro come minaccia radicale. Non ne sono esenti le narrazioni sull’Intelligenza Artificiale che, anche se meno rigidamente binarie, continuano a organizzarsi attorno a narrazioni ricorrenti, che orientano il modo in cui individui e gruppi le attribuiscono senso e ne interpretano l’uso, attraverso assunzioni condivise su ciò che essa è e su come dovrebbe essere usata (Denia, 2025).Pertanto la sua diffusione – sempre più massiva nelle pratiche quotidiane, educative, personali o professionali – rende insufficiente una divulgazione concentrata soltanto sull’uso dello strumento o sulla capacità dell’utente di formulare prompt efficaci.Da fruitori, pensiamo di porre una domanda neutra e ricevere una risposta oggettiva. In realtà, né la domanda né la risposta sono neutre, perché l’utente formula la richiesta dentro i propri schemi, scegliendo non solo cosa chiedere, ma anche quali parole usare e inevitabilmente quali possibilità lasciare fuori, mentre il modello risponde a partire dai dati, dalle logiche con cui è stato progettato e dalle rappresentazioni culturali che incorpora. Possiamo dire che, seppur nelle proprie differenze oggettive, entrambe operano dentro cornici interpretative, dette frame, che selezionano alcuni aspetti della realtà e lasciano il resto sullo sfondo.In questo senso, leggendo l’uso dell’AI all’interno del quadro teorico dei “technological frames”, questa apparirà un vero e proprio oggetto psicosociale, spostando il focus su qualcosa di diverso dalle sue potenzialità o dalla sua attendibilità, ma sulla riflessione che cerca di lasciar emergere entro quale cornice sociale impariamo a riconoscerla, desiderarla, temerla o considerarla inevitabile (Wang & Liang, 2024; Orlikowski & Gash,1994).Il modo in cui la società incornicia l’AI, infatti, attiva un preciso interruttore psicologico nella nostra mente, che può generare fiducia o diffidenza, guidare in generale le scelte utente e quindi incidere sul modo cui lavoriamo o addirittura, alla lunga, pensiamo.Parliamo, in questo caso, dell’effetto framing ovvero la tendenza a prendere decisioni diverse rispetto a come viene presentata la domanda. La stessa identica informazione, presentata in cornici diverse, produce scelte sistematicamente diverse, indipendentemente dalla competenza o dall’attenzione di chi decide (Tversky & Kahneman, 1981).Il frame, in altri termini, precede il pensiero ed è proprio sull’impatto dei frame invisibili che si muove l’interazione con i modelli generativi.Indice degli argomenti