Per anni abbiamo immaginato l’automazione come qualcosa destinato soprattutto al lavoro manuale. Fabbriche, catene di montaggio, logistica, processi industriali. Oggi, invece, stiamo assistendo a qualcosa di completamente diverso: l’intelligenza artificiale sta entrando nel cuore del lavoro cognitivo e creativo.Scrittura, design, coding, ricerca, marketing, consulenza, analisi: sono tutte attività che fino a poco tempo fa consideravamo profondamente umane e che oggi sono improvvisamente diventate automatizzabili, almeno in parte. Ed è proprio qui che nasce una delle grandi tensioni del nostro tempo.La questione infatti non riguarda soltanto il rischio di perdere posti di lavoro, bensì qualcosa di molto più profondo: il significato che attribuiamo al lavoro stesso.Negli ultimi mesi ho avuto modo di parlare spesso di questo tema con professionisti, imprenditori, creator, studenti e manager. E la sensazione che emerge è sempre la stessa: molte persone non stanno vivendo soltanto una trasformazione tecnologica, ma una vera e propria crisi identitaria.La domanda che aleggia, spesso in modo implicito, è questa: “Se una macchina può fare quello che faccio io, allora cosa rimane della mia unicità?”Su questi temi ho avuto una lunga conversazione con Andrea Colamedici nella puntata del mio podcast “What’s Next” intitolata L’IA minaccia tutti i lavori critici. Colamedici è una delle figure più interessanti del panorama culturale italiano quando si parla di filosofia, tecnologia e trasformazioni contemporanee. Insieme abbiamo riflettuto proprio sul rapporto tra lavoro, senso e paura di diventare sostituibili in un’epoca in cui le macchine stanno ridefinendo il concetto stesso di utilità umana.Indice degli argomenti