La tecnologia corre, le competenze no. L’adozione dell’intelligenza artificiale nel tessuto produttivo italiano accelera, ma espone imprese e lavoratori al rischio di una delega cognitiva sterile. «Dalla ricerca emerge una trasformazione profondamente asimmetrica: l’intelligenza artificiale è già entrata nelle attività quotidiane di studio e di lavoro, ma la sua integrazione nei processi educativi, organizzativi e decisionali procede con tempi più lenti», avverte Enzo Peruffo, direttore del Centro di Ricerca in Strategic Change della Luiss. Il divario tra strumenti e capitale umano è il cuore del terzo rapporto dell’Osservatorio Look4ward, progetto condiviso con Intesa Sanpaolo per decifrare l’evoluzione del lavoro.
L’indagine documenta una frattura evidente in ambito aziendale, rilevata attraverso un sondaggio su 600 responsabili delle risorse umane. Il 31% delle imprese ha implementato o collauda soluzioni algoritmiche, in netto rialzo rispetto al 19% registrato nel 2025. A questa progressione, però, non corrisponde uno sviluppo parallelo delle professionalità. L’85% delle aziende informatizzate progetta percorsi didattici, eppure solo il 19% possiede programmi strutturati, mentre il 48% si ferma a iniziative pilota o occasionali. Il dato critico riguarda l’esclusione formativa, poiché il 46% dei dipendenti non riceve istruzione dedicata e il 44% delle imprese non prevede alcun investimento nel prossimo biennio. L’analisi settoriale mostra un’adozione concentrata nei servizi (22%) e nelle grandi strutture del Nord-Ovest, contro una manifattura arretrata al 7%. Le resistenze, si evidenzia, derivano dalla percezione di una tecnologia acerba, dai costi e dalla carenza di personale preparato. Ed emerge un ecosistema popolato per il 49% da realtà «formalmente pronte», organizzazioni dotate di consapevolezza teorica a cui manca una implementazione pratica.












