Trentatré miliardi di parametri non bastano a formare una persona. E nemmeno un abbonamento aziendale a un modello linguistico di ultima generazione. È questa, in sintesi, la lezione più scomoda — e più utile — che emerge da EDUNext – Nuovi scenari per l’Education e le competenze nell’era dell’AI, il terzo rapporto dell’Osservatorio Look4ward presentato all’Università Luiss Guido Carli. Una ricerca firmata da Intesa Sanpaolo e dal Centro di Ricerca in Strategic Change “Franco Fontana” dell’Ateneo romano, che ha coinvolto oltre 600 imprese — per un totale di 1.500 dall’avvio dell’Osservatorio — e un campione sperimentale di 800 persone per misurare, dati alla mano, come l’intelligenza artificiale trasformi davvero i processi cognitivi.
Il quadro che ne emerge è quello di un Paese che accelera sull’adozione tecnologica, ma fatica a tenere il passo sul fronte più delicato: quello delle competenze. Non è un problema italiano, ma l’Italia lo sente con particolare urgenza. E la risposta, avvertono i ricercatori, non può essere semplicemente “più AI”. Deve essere, prima di tutto, “AI migliore”.
Un’adozione in accelerazione, una formazione che zoppica
I numeri parlano chiaro, anche quando fanno male. Il 31% delle imprese italiane ha già adottato o sta sperimentando soluzioni di intelligenza artificiale: un dato in crescita significativa rispetto al 19% del 2025, che racconta una curva di diffusione tecnologica tutt’altro che lenta. Eppure, a questa accelerazione non corrisponde un altrettanto rapido sviluppo del capitale umano: il 46% dei dipendenti non ha ricevuto alcuna formazione specifica sull’AI, e quasi la metà delle imprese — il 44% — non prevede di investire in formazione nei prossimi 12-24 mesi.








