Oggi la domanda non è più se le imprese utilizzeranno l’Intelligenza artificiale. La stanno già utilizzando. Dalla gestione dei clienti alla logistica, dalla selezione del personale alla pianificazione della produzione, fino all’analisi dei mercati, l’Ia è ormai entrata stabilmente nella vita delle organizzazioni. La vera domanda è perciò un’altra: l’Intelligenza artificiale rende e renderà le imprese più efficienti o anche più intelligenti? È una distinzione meno scontata di quanto possa sembrare. Perché efficienza e intelligenza non coincidono. La prima, infatti, misura la capacità di fare meglio ciò che già facciamo, mentre la seconda riguarda la capacità di comprendere perché lo facciamo, quale valore produciamo e quale idea e con quali scopi stiamo costruendo. Per questo motivo l’etica non può essere considerata un’aggiunta successiva all’innovazione tecnologica, una sorta di bon ton da adottare quando tutto è già stato deciso. L’etica entra molto prima, e cioè nel momento in cui un’impresa decide quali problemi affidare all’Intelligenza artificiale, quali continuare ad affidare alle persone e, soprattutto, quali limiti non intende oltrepassare. Troppo spesso immaginiamo che l’Ia sia una tecnologia neutrale. In realtà ogni sistema incorpora criteri, priorità, modelli di valutazione, idee implicite su ciò che conta. Quindi sappiamo bene che dietro ogni algoritmo ci sono sempre decisioni umane che hanno comportato le scelte su quali dati utilizzare, quali obiettivi perseguire, quali risultati premiare, quali errori considerare accettabili.